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Gen 12

Il MISTERO DI NAZARETH

LA CASTITA’ CONIUGALE

Dalla Parola di Dio

L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padree regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. (Lc 1,30-35)

La Santa Verginità 4,4

La verginità di Maria fu certamente molto gradita e cara [al Signore]. Egli non si contentò di sottrarla – dopo il suo concepimento – a ogni violazione da parte dell’uomo, e così conservarla sempre incorrotta. Già prima d’essere concepito volle scegliersi, per nascere, una vergine consacrata a Dio, come indicano le parole con le quali Maria replicò all’Angelo che le annunziava l’imminente maternità. Come potrà accadere una tal cosa – disse – se io non conosco uomo?. E certo non si sarebbe espressa in tal modo se prima non avesse consacrato a Dio la sua verginità. Ella si era fidanzata perché la verginità non era ancora entrata nelle usanze degli ebrei; ma s’era scelta un uomo giusto, che non sarebbe ricorso alla violenza per toglierle quanto aveva votato a Dio, che anzi l’avrebbe protetta contro ogni violenza. Che se nella sua risposta ella si fosse limitata a dire: Come accadrà questo? e non avesse aggiunto: poiché non conosco uomo, anche in questo caso le sue parole non sarebbero certo state una richiesta d’informazioni sul come avrebbe messo al mondo il figlio che le veniva promesso, qualora sposandosi non avesse escluso ogni uso del matrimonio. L’obbligo di restare vergine poteva anche esserle imposto dall’esterno, affinché il Figlio di Dio assumesse la forma di servo con un miracolo degno dell’evento. Ma non fu così: fu lei stessa a consacrare a Dio la sua verginità quando ancora non sapeva chi avrebbe concepito. E così sarebbe stata di esempio alle sante vergini, e nessuno avrebbe mai potuto credere che la verginità è una prerogativa di colei che aveva meritato la fecondità senza il concorso dell’uomo. In tal modo questa imitazione della vita celeste da parte di persone rivestite di corpo mortale e fragile cominciò ad esistere in forza d’una promessa, non di una imposizione; d’un amore che sceglie, non d’una necessità che rende schiavi. E così Cristo, nascendo da una vergine che aveva deciso di restare vergine quando ancora non sapeva chi sarebbe nato da lei, mostrò che preferiva intervenire all’approvazione della verginità piuttosto che ad impartirne il comando; e per questo motivo volle che, anche in colei che gli avrebbe somministrato la forma di servo, la verginità fosse di libera scelta.

Parlare oggi di verginità, castità, purezza di vita, significa senza alcun dubbio andare contro corrente. Così come contro corrente era andata la Vergine Maria, la quale, contrariamente a tutta la mentalità del mondo ebraico fece la scelta della consacrazione a Dio. Per S. Agostino, infatti, Maria ha fatto il voto di verginità prima dell’annunciazione, quando cioè ancora non conosceva il piano di Dio su di lei. Quello che è interessante in questa precisazione di S. Agostino è che la scelta di Maria nasce da una libertà, o meglio ancora da un amore libero. Maria chiede chiarificazioni all’angelo («Come è possibile? Non conosco uomo»), non perché non sapesse come nascessero i bambini, ma perché aveva fatto un proposito, cioè quello di preferire ai figli l’amore di Dio. Eppure per una ragazza ebrea a quel tempo generare figli significava entrare nella possibilità di poter diventare la madre del Messia. Eppure per Maria al di sopra di tutto c’era il desiderio di amare Dio sopra ogni cosa, anche più della possibilità di divenire la madre del Messia. Per questo Maria, da una parte diventa sì un modello per i consacrati e le consacrate perché aveva meritato la fecondità senza il concorso dell’uomo e quindi questo suo esempio portò a quello stile di vita che esiste in forza d’una promessa e non di una imposizione; di un amore che sceglie, e non di una necessità che rende schiavi; ma dall’altra parte, può essere un esempio anche per coloro che scelgono la vita matrimoniale perché sì è vero che chi si sposa non può vivere la verginità di chi si consacra, ma può vivere quella castità che significa amare con libertà il proprio partner, nel senso che l’amore all’interno della coppia non sarà mai una necessità che schiavizza, ma una scelta libera che nasce dal desiderio di volere la crescita dell’altro/a. Spesso all’interno della coppia si utilizza questa espressione: Ho bisogno di te! Ed è certamente un modo di dire molto nobile e ci si convince in questo modo di esprimere un grande amore verso l’altro/a. Ma, pur non volendo condannare questa espressione e toglierne ogni tipo di poesia, dobbiamo denunciarne almeno il limite, perché ci può essere l’insidia di desiderare il possesso dell’altro/a o diventarne un possesso. E già la parola “possesso” implica in sé una realtà di schiavitù e non di libertà, contrariamente a quello che si può pensare perché il “possedersi” spesso convince l’intelligenza umana che sia un segno di “amore”, così come lo è la gelosia. Si pensa infatti, comunemente che chi non è geloso non ama veramente perché non dà prova di avere considerazione dell’altro/a. E a seguito di questo ci si convince che senza la pratica sessuale non può vivere l’amore. Senza nulla togliere all’importanza del rapporto fisico come segno di un amore pieno e definitivo (per questo il magistero della chiesa invita i giovani a non avere rapporti sessuali finché non si sono detti il sì definitivo-sacramentale), è importante anche dire che non è indispensabile, tanto è vero, che tante possono essere le situazioni nelle quali e per le quali non è possibile avere il rapporto fisico (p.e. per motivi di lavoro, una malattia…); e non si può dire che questo implica il termine o la diminuzione dell’amore.

La castità nella coppia, sia prima che dopo il matrimonio, è necessario però che diventi una scelta e non una forzatura. Le situazioni “estreme” la possono rendere possibile e vera perché è già stata una scelta per una motivazione più alta.

S. Agostino nei discorsi per la Quaresima, spesso invita gli sposi alla continenza: Questi giorni richiedono una certa continenza anche riguardo ai rapporti coniugali: Per un tempo determinato – dice l’Apostolo – per attendere alla preghiera; poi ritornate di nuovo insieme, perché satana non vi tenti a causa della vostra incontinenza (1Cor 7,5). Non sarà arduo e difficile per gli sposati far questo per pochi giorni, se si pensa che le vedove consacrate si sono impegnate a farlo da un certo momento della loro vita fino alla fine e che le vergini consacrate lo fanno per tutta la vita (Serm. 207,3). E Agostino continua dicendo che ciò è possibile attuarlo se si è umili. Avere quell’umiltà che diventa il fondamento anche della carità, senza la quale tutti gli altri doni non giovano (nemmeno quello della castità). E nel Sermone 210,6,9 S. Agostino dice: Questo è un tempo (la Quaresima) nel quale anche gli sposati sono esortati ad astenersi con le mogli e le sposate dai rapporti con i propri mariti, per attendere alle preghiere (cfr. 1Cor 7,5). Ma poco sopra aveva dato una motivazione ancora più forte: Carissimi, in nome di Cristo vi esorto a propiziarvi Dio con digiuni quotidiani, elemosine più generose, preghiere più fervorose…

Ciò che fonda allora la scelta (pur difficile) della castità all’interno della vita di coppia, è sempre un amore per Dio che passa attraverso il nome di Cristo. Per questo allora possiamo accomunare la scelta verginale di Maria e di Giuseppe, con quella della castità degli sposi cristiani. E’ solo la forza di un amore più grande che può rendere “possibile l’impossibile”.

Giuseppe Pagano

gpagano7@hotmail.it

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