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IL MISTERO DI NAZARETH

ESSERE GENITORI

Dalla Parola di Dio

I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole (Lc 2,41-50).

Serm., 51,10,17

State attenti a come ciò avvenne. Il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell’età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro ma, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trovarono che disputava con gli anziani, avendo egli – come ho detto – solo dodici anni . Ma che c’è da stupirsi? Il Verbo di Dio non tace mai, sebbene la sua voce non sempre si senta. Viene dunque trovato nel tempio, e sua madre gli dice: Perché ci hai fatto una simile cosa? Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo. Ed egli: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? . Egli rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giuseppe, ma di Dio. “Ecco – dice qualcuno – non ammise d’essere figlio di Giuseppe “. Fate un po’ d’attenzione, fratelli, affinché la strettezza del tempo ci basti per il discorso. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il concorso d’uomo, aveva un padre e una madre. In qual modo proviamo quest’asserzione? L’ha già detto Maria: Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo.

Parlare oggi della realtà “genitoriale”, può essere uno dei temi più affascinanti: prima di tutto perché in sé l’esperienza di “essere genitori”, credo che sia una delle emozioni più belle, ma in secondo luogo, purtroppo, è uno degli argomenti su cui urge parlare perché si sta andando un po’ alla deriva. Anche nella nostra realtà italiana diventa un problema sempre più spinoso, e non solo per il proverbiale rapporto conflittuale genitori-figli, ma soprattutto perché la figura del genitore sta perdendo il suo peso, considerato l’incremento del numero delle separazioni, con conseguenza della perdita del ruolo e della crisi di identità. Semplicemente possiamo fare l’esempio che oggi i figli devono fare i conti con i compagni/e dei loro genitori. Possiamo parlare delle violenze che subiscono i bambini quando sono costretti ad accettare una nuova figura genitoriale nella loro casa. Quanti genitori, infatti, rinunciano a portare in casa un’altra persona, proprio per rispetto dei loro figli e non fanno questa scelta finché i figli non riescono ad accettare la nuova persona!

Un tema allora questo che non possiamo sottovalutare e che anche all’interno della pastorale familiare della chiesa, va affrontato con molta serietà e competenza. I parroci sanno bene che è sempre più frequente che nell’esperienza della prima comunione i bambini oltre che ad avere presenti i genitori naturali, devono fare i conti con la compagna o il compagno del papà o della mamma.

Mi chiedo tante volte: come sarà la generazione che non ha avuto una famiglia “regolare”. E tremo pensando a delle realtà, come per esempio quella di Cuba, dove è naturale tutto questo “scambio genitoriale”, e gravi sono le conseguenze a livello sociale e psicologico.

E proprio perché è un ambito molto delicato e fragile, è di fondamentale importanza presentare dei modelli forti e solidi.

Perché non insistere a presentare soprattutto il modello di Maria e Giuseppe come genitori “ideali”. Dobbiamo prima di tutto dire che Giuseppe e Maria sono stati veri genitori di Gesù. Ed è importante ribadire questo perché a volte si può pensare ad una funzione “ideale” di questi genitori, ma sono stati invece realmente e concretamente “genitori”. Perché come si dice nella lettera ai Romani (cap. 4), nel testo che si legge proprio nella liturgia della solennità di San Giuseppe, “eredi si diventa per virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo”. Non è la carne che ti rende genitore, ma il cuore, il desiderio, la volontà, l’amore, il dare la vita per i tuoi figli.

Agostino utilizza il testo di Luca: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», per rispondere a coloro che non riconoscevano l’umanità di Cristo e tanto meno che avesse dei genitori. Quella di Giuseppe é allora una paternità legale e a riconoscerla ci ha aiutato proprio la Vergine Maria, che non solo fa questo, ma si mette al secondo posto rispetto a Giuseppe; infatti non dice: io e tuo padre, ma tuo padre ed io. La Vergine avrebbe avuto tutto il diritto di mettersi al primo posto, considerato che lei sola era la genitrice di Cristo. E in riferimento alla risposta di Cristo: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?», Agostino afferma che con essa Gesù ha voluto affermare la sua origine divina e ha voluto ricordare ai suoi genitori che essi sono genitori non della sua divinità, ma della sua infermità, della sua umanità.

E questa riflessione di Agostino, può aiutarci ad introdurne un’altra, utile per il rapporto genitori-figli. La divinità di Gesù, educherà Giuseppe e Maria a non sentire di proprietà il figlio Gesù, ma a lasciarlo libero per la sua missione. Allo stesso modo, tutti i genitori sono chiamati a sentirsi non proprietari dei propri figli, ma “educatori”, ad aiutarli cioè a tirar fuori il meglio della loro personalità e a scoprire i doni ricevuti da Dio, per poi lanciarli verso il loro futuro. E a proposito possiamo citare l’immagine utilizzata da Gibran, il quale paragona i genitori a degli archi e i figli a delle frecce. L’arco serve solo per lanciare, la traiettoria la dà l’occhio di Dio e i figli sono quelle frecce che si dirigono verso l’obiettivo voluto da Dio. Ma certamente sia l’arco, sia le braccia ferme e forti che tengono l’arco, hanno un ruolo fondamentale per quanto riguarda il futuro dei figli. E tutto questo può avvenire solo in una dimensione di grande libertà. Dio ha lasciato libero l’uomo da sempre; a Maria e a Giuseppe ha richiesto una risposta libera, così anche il suo Figlio Unigenito ha risposto liberamente. E solo quando i figli sono nella possibilità di offrire risposte ”libere”, le loro esperienze e scelte possono aiutarli a crescere e a provare il “gusto” della vita.