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Apr 12

IL MISTERO DI NAZARETH

GENITORI ANIMATORI VOCAZIONALI

Dalla Parola di Dio

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. [2]Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». (Gv 2,1-5)

Lettera 243, 4
Puoi comprendere assai facilmente questa verità a proposito di tua madre. Perché mai infatti essa ti tiene come avvolto in una rete e, dopo averti trattenuto dalla corsa intrapresa, cerca di farti tornare indietro e di farti incamminare per vie storte, se non perché è la tua propria madre? Poiché, per il fatto d’essere sorella di tutti coloro i quali hanno per padre Dio e per madre la Chiesa, essa non è d’ostacolo né a me, né a te, né ad alcun altro dei nostri fratelli che l’amano non già con un affetto particolare come l’ami tu nella tua propria famiglia, ma con un affetto comune con cui l’amano nella famiglia di Dio. Il fatto dunque che tu sei unito a lei anche dai vincoli del sangue dovrebbe darti la possibilità di parlarle con maggiore familiarità e di provvedere con maggior facilità a far sì che sia recisa in essa la radice del suo affetto disordinato verso di te, perché non dia al fatto d’averti generato più importanza che non a quello d’essere stata generata come te dalla Chiesa. Quanto poi ho detto di tua madre deve intendersi anche di tutti gli altri congiunti. La stessa cosa deve pensare ciascuno a proposito della propria anima per odiare in se stesso l’affetto egoistico che ognuno ha verso di sé, ch’è solo passeggero, e per amare piuttosto ciò che forma una sola famiglia spirituale, di cui è stato detto: (I primi Cristiani) formavano un cuore solo e un’anima sola protesi verso Dio. La tua anima così non è più tua, ma di tutti i fratelli e anche le loro anime sono tue, o meglio, le loro anime insieme alla tua non formano più se non un’anima sola, l’unica anima di Cristo, per la quale si canta, nel Salmo, che sia salvato dal potere del cane. Con tali sentimenti si arriva assai facilmente fino al disprezzo della morte.

Oggi si parla molto di crisi vocazionale, soprattutto nei nostri paesi europei. Ci sono Diocesi e Istituti Religiosi che da anni non hanno vocazioni. I motivi? In questi ultimi decenni si sono fatte le indagini più impensabili per trovarne le cause. E forse più che indagare sulle cause, forse è giunto il momento del “saper vendere il prodotto”, nel saperlo rendere attraente e gustoso.
Fermandosi solo un attimo sulle cause, di certo una delle ragioni nasce proprio dalla crisi della famiglia: diminuzione delle nascite, separazione, perdita dei valori all’interno di essa della preghiera, disciplina, educazione…

Parlare di “vocazione” significa aiutare i figli a scoprire il disegno di Dio sulla loro vita e questo darebbe più luce anche alla scelta della vita matrimoniale, nel senso che il matrimonio non sarebbe più desiderato solo per una convenzione sociale o naturale, ma soprattutto perché ci si sente “chiamati”.
Sono convinto che la famiglia, oggi più che mai, è il luogo dove i ragazzi e le ragazze, possono trovare l’habitat naturale per maturare la loro vocazione. Se oggi si parla con giovani che stanno facendo un percorso vocazionale (sia nei seminari che negli Istituti Religiosi), molti di loro hanno o hanno avuto problemi con i propri genitori che non hanno accettato la scelta fatta. Spesso si sente questa espressione: “è un/a figlio/a perso/a”. E spesso è comprensibile, perché magari i genitori hanno speso tante risorse affettive, economiche… per dare un avvenire ai figli e magari quando già sono pronti per iniziare una loro carriera oppure già l’hanno iniziata brillantemente, vogliono lasciare tutto e dedicarsi completamente al Signore. Già tra i santi abbiamo storie simili (v. San Francesco) che hanno creato fratture tremende.

Nella vita, in effetti, arriva un momento nel quale per forza di cose, si deve creare un taglio del cordone ombelicale, ma mentre quello causato dalla vita matrimoniale ha un percorso “naturale”, la scelta di “consacrazione” normalmente provoca delle “controversie”, ma questo non è strano, perché tutto ciò che ha una dimensione prevalentemente “soprannaturale” crea un po’ di sgomento.

E anche in questo caso abbiamo un “modello”: il rapporto tra Gesù e i suoi genitori Maria e Giuseppe. Anche loro in alcuni momenti non “comprendevano” quello che stava capitando al Figlio, non capivano i suoi atteggiamenti, le sue parole… Quanto avranno fatto soffrire Maria e Giuseppe alcune risposte date da Gesù (Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? – Che ho da fare con te, o donna?). Con queste risposte Gesù vuole creare quel distacco che nasce dalla “natura divina”. E in qualche modo quando si sceglie radicalmente la via di Cristo, si entra dentro questa dimensione divina che crea “incomprensione”. Come spiegare la “chiamata” che sento dentro? Come posso dire ai miei genitori che invece di innamorarmi di una ragazza o ragazzo per costruire un progetto di matrimonio e iniziare quell’iter normale di tutti i giovani: conoscersi bene, avere un lavoro sicuro, prepararsi la casa, il corso prematrimoniale, tutti i preparativi… ma che mi sento amato e chiamato da Gesù e che sento l’attrattiva a consacrarmi totalmente a Lui?

Vi posso assicurare che si trema quando bisogna arrivare a questo. E spesso si trovano tutte le strategie possibili. Quando dovevo iniziare il mio anno di noviziato, la notizia a mia madre la diede mia zia monaca. Per non pensare poi alle reazioni dei genitori quando questa notizia gli arriva da figli che fino a quel momento sono stati degli “scapestrati”. Ricordo una volta che a Milano due genitori mi arrivarono allibiti, non potevano credere a quello che gli aveva detto il loro figlio e in quel caso non perché avessero problemi per la scelta di consacrazione che voleva fare, ma perché proprio quel “genere” di figlio voleva fare quella scelta. E mi chiesero solamente che se mi fossi accorto che non c’era la stoffa, di aiutarlo a “cambiare aria!”.

Quando Gesù si comportava in un certo modo con i suoi genitori, non è che volesse ignorare o disprezzare la sua parentela, ma voleva che l’affetto materno non si intromettesse nell’opera divina a cui attendeva e non la impedisse. L’ha ignorata ma per un motivo altissimo. In questo modo il Signore ha anche voluto dare un esempio a tutti coloro che sono impegnati nelle opere di Dio, perché imparino ad ignorare o, se si vuole, a “disprezzare” gli affetti naturali, verso il padre e la madre, per compiere le opere di Dio.
Sopra abbiamo riportato un brano della lettera di Agostino scritta a Leto, un giovane che tentennava nella decisione di consacrarsi al Signore perché sua madre era afflitta e contraria. L’esempio di Gesù sta in questo: nell’averci mostrato come di fronte alle opere di Dio si debba, sì, amare i genitori secondo il precetto, ma amare di più Dio stesso.

E i genitori sono chiamati ad avere proprio questo ruolo, in un certo senso “ingrato”, di insegnare ai figli ad amare il Signore più di essi. Credo che sia l’esperienza d’amore più gratuita che possa fare un genitore: insegnarti ad amare un Altro (anche se è con la A maiuscola), più di loro stessi. Dire a tuo figlio: c’è Qualcuno che ti ama più di me e tu devi amarlo più di quanto ami me. E se questo è un esercizio che un genitori inizia a fare fin dall’inizio della sua esperienza genitoriale, i frutti si vedranno a trecentosessanta gradi e l’amore che riceveranno dai loro figli non sarà minore, ma più grande, perché si sentiranno amati di un amore non solo umano, ma divino. L’amore umano prima o poi finisce, può essere immaturo, egoista… quello divino è infinito, eterno.

E forse una relazione tra genitori e figli, costruita sul divino, può essere una di quelle strategie che può dare una risposta alla richiesta di Gesù: Pregate perché il padrone della messe mandi operai nella sua messe.