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Festa dei Santi Agostiniani, Omelia del Card. Giuseppe Betori

Pubblichiamo l’omelia che il Card. Sua Eminenza Giuseppe Betori ha tenuto presso la Basilica di Santo Spirito lo scorso 13 novembre, in occasione della Festa di Tutti i Santi Agostiniani e ricorrenza dei dieci anni del servizio dell’Associazione Amici Santo Spirito

Basilica di Santo Spirito

Festa dei Santi dell’Ordine Agostiniano

10° anniversario dell’associazione Amici di Santo Spirito

13 novembre 2017

[1Cor 13,1-13; Sal 103; Mt 25,31-32a.34-40]

OMELIA

La festa di Tutti i Santi dell’Ordine Agostiniano ci riunisce in questa celebrazione, in cui rendiamo grazie al Signore anche per la collaborazione che gli Amici di Santo Spirito assicurano alla vita di questa basilica e di questo convento.

Le letture bibliche della liturgia della festa invitano a porre l’esperienza della santità nella forma di vita consacrata propria dell’Ordine Agostiniano nella luce del mistero della carità.

La carità, infatti è al fondamento e al centro della Regola di Sant’Agostino, come esplicita fin dal primo articolo: «Fratelli carissimi, si ami anzitutto Dio e quindi il prossimo, perché questi sono i precetti che ci vennero dati come fondamentali» (Regola, art. 1), parole in cui riecheggia il testo evangelico sul comandamento grande. Alla domanda del dottore della Legge che lo interroga per metterlo alla prova: «“Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. [Gesù] gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente . Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”» (Mt 22,36-40).

La visione che Agostino ha della vita cristiana e della vita comune non affonda quindi le sue radici in una qualche dottrina filosofica e neppure in una sua personale esperienza psicologica. Essa ha un radicamento evangelico, scaturisce dalle parole stesse di Gesù.

Non voglio con ciò affermare che nella vicenda umana e di fede di questo grande Santo non abbiano avuto un ruolo significativo le sue risorse umane e intellettuali, ma voglio ribadire il suo profondo radicamento nell’incontro con Cristo e con la sua parola. Un richiamo essenziale per ogni esperienza di fede autentica, anche la nostra.

E non meno significativo, nella stessa Regola, è che, subito dopo aver posto nella carità il fondamento della vita di fede e della comunità, venga illuminata la forma che la carità deve assumere, una forma che viene misurata sul principio della comunione, la quale dà all’esistenza del singolo il carattere dell’ecclesialità: «Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate una sola anima e un solo cuore protesi verso Dio» (Regola, art. 3).

Siamo sì discepoli di Gesù nell’osservanza del precetto dell’amore, ma al tempo stesso siamo Chiesa, e lo siamo in quella forma della koinonìa che è esaltata dall’esperienza della prima Chiesa di Gerusalemme, come la descrive l’autore degli Atti degli apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32).

Ma nella formulazione dell’articolo della Regola agostiniana non è meno importante la conclusione, che colloca le animi e i cuori di coloro che vivono in comunione «protesi verso Dio». La dimensione trascendente corregge ogni possibile riduzione orizzontale dell’ideale della comunione, in cui le risorse umane potrebbero prendere il sopravvento nel motivare e limitare le relazioni di carità. Tutto è orientato a Dio, che della carità è il fondamento e la meta ultima, il compimento. Colui che è l’aspirazione ultima del cuore e che al cuore si dona come sua pienezza – «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni 1, 1) –, il Dio che è il tutto della vita umana, non sta semplicemente accanto all’esperienza storica della carità che dà corpo alla comunione nella comunità, quasi come un suo sostegno, ma ne è l’anima e il significato. La ricerca di Dio non si aggiunge alla ricerca del fratello, ma la fonda e ne svela la pienezza. E anche questo è un richiamo essenziale alla forma che ci è chiesto oggi di dare alla nostra testimonianza cristiana in un tempo che oscura la figura di Dio prima ancora che la figura dell’uomo; ovvero, meglio, giunge a oscurare l’immagine dell’umano perché sta perdendo l’immagine del divino.

Infine, Sant’Agostino, nella Regola, non manca di attingere alla pagina della prima lettera ai Corinzi oggi proposta dalla liturgia per tratteggiare le modalità con cui la carità va vissuta. Lo fa in modo esplicito all’art. 31, dove, dopo aver accennato alla carità che «non cerca il proprio tornaconto» e «antepone le cose comuni alla proprie», conclude «E così su tutte le cose di cui si serve la passeggera necessità, si eleverà l’unica che permane: la carità», parole che si pongono nella stessa prospettiva di San Paolo sulla superiorità della carità rispetto a tutte le virtù – «Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!» (1Cor 13,13) –, in quanto, come l’apostolo aveva esplicitato in precedenza, «la carità non avrà mai fine» (1Cor, 13,8).

È allora opportuno che riprendiamo in considerazione nel suo insieme l’argomentazione paolina, in quanto in grado di illuminare il senso dell’invito agostiniano a porre la carità a fondamento e al centro della nostra vita. Le parole dell’apostolo illustrano anzitutto la superiorità della carità rispetto ad atteggiamenti, comportamenti e orientamenti religiosi che, pur positivi in sé, senza la carità perderebbero ogni valore. E in questo sono coinvolti sia i doni carismatici, come il parlare le lingue, sia la conoscenza dei misteri della fede, connessa alla profezia, sia le opere di carità e la stessa offerta di sé nel martirio: l’intera vita cristiana, in tutte le sue manifestazioni, anche le più alte, necessita di essere animata dalla carità.

A questo punto l’inno paolino passa a descrivere le forme che la carità assume nel suo manifestarsi: riflesso della magnanimità e benevolenza con cui Dio si rivela agli uomini; strumento che sradica le male piante dell’invidia, del disprezzo dei deboli, della superbia; fonte di dominio di sé, di altruismo, di serenità, di perdono, di rifiuto del male e di adesione al bene; capace di generare la forza con cui avere sostegno e sostenere nelle avversità, agendo con fiducia e speranza.

Infine, l’apostolo invita a porre lo sguardo oltre la storia e a considerare tutto nel suo ultimo orizzonte, quello che dà senso alla nostra vita e svela in pienezza il disegno di Dio. Tutta la nostra esperienza prende la forma di un cammino, in cui sperimentiamo l’imperfezione anche del bene che ci viene dagli altri e che noi stessi esercitiamo. Ma nella carità c’è un germe di quella perfezione che si svelerà nel nostro incontro definitivo con Colui che è la carità, Dio, mistero trinitario d’amore.

Questa stessa tensione tra la provvisorietà del tempo e la definitività dell’esito ultimo della storia attraversa anche la pagina del vangelo che abbiamo proclamato. In essa Gesù ci rivela che la sua misteriosa presenza nel volto degli ultimi è un luogo in cui il suo amore può incontrarsi con il nostro amore e ci ricorda che nelle nostre azioni di oggi anticipiamo e decidiamo il nostro destino eterno.

Sant’Agostino, maestro anche nel congiungere il senso della città terrena con il suo proiettarsi nella città di Dio, ci aiuti a vivere ogni nostra scelta di quaggiù come un seme posto per il cielo, anticipazione e rivelazione nel tempo della Carità eterna che è il nostro fine.

Giuseppe card. Betori
Arcivescovo di Firenze