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Apr 12

Conferenza di P. Willigs Eckermann, O.S.A

Firenze, Mercoledì 18 aprile 2012

Il Beato Simone promotore della fede
attraverso l’annuncio del Vangelo

Simon Fidati da Cascia (1295-1348) ha annunciato il Vangelo in diverse forme.
Poco dopo la sua ordinazione sacerdotale fu attivo come predicatore itinerante e divulgò il Vangelo oralmente anche qui a Firenze. Non ci sono stati tramandati né appunti né trascrizioni delle sue prediche di questo periodo. Secondo la testimonianza dei contemporanei le prediche erano suggestive.

Dopo la sua attività come predicatore itinerante Simone visse a Roma. Nella città eterna, sollecitato dal suo amico Tommaso Corsini da Firenze, redasse il suo commento ai Vangeli. Esso fu molto diffuso con il titolo “De gestis domini salvatoris” e in tempi recenti è stato nuovamente pubblicato in edizione critica.

Simone non poté completare l’opera. La concluse l’agostiniano Giovanni da Salerno, suo confratello e compagno nei viaggi di predicazione, il cui lavoro consistette nel raccogliere e mettere insieme, dopo la morte di Simone, le pagine da lui scritte frettolosamente. Suo grande merito è la redazione di una tabella in cui elencò i Libri e i singoli capitoli dei Libri. Essa è molto utile per la consultazione della vasta opera.

Per non darvi un’idea errata dell’opera sia solo precisato che non si tratta di un lavoro esegetico in cui i Vangeli e le lettere apostoliche sono interpretate parola per parola, bensì di un’opera in cui la Sacra Scrittura è spiegata per la vita spirituale dei credenti.
Ed ora vengo al mio tema: il rafforzamento della fede mediante l’annuncio del Vangelo. Lo intendo in questi termini: interrogo l’esposizione di Simone circa i Vangeli per comprendere che cosa egli dice circa la fede e in che modo le sue affermazioni aiutino la fede.

Simone non ha scritto nessun trattato coeso sulla fede. Le sue considerazioni sono disseminate in tutta la sua opera. Nel commento ai Vangeli il discorso circa la fede si trova ovunque. Egli parla del contenuto della fede, dell’artefice della fede, del rapporto fede e opere e della relazione tra fede e annuncio.

Per avere un punto di avvio alle numerose affermazioni sulla fede scelgo una formulazione sintetica circa la fede nel Nuovo Testamento: la si trova in un articolo del Lexikon für Theologie und Kirche 4 (LThK 4) (1995) p. 670. Lì si dice: “la fede designa in tutti gli scritti neotestamentari la risposta precisa e fondamentale degli uomini all’opera salvifica di Dio in Gesù Cristo che è loro annunciata tramite il Vangelo.” (Thomas Söding)

La fede è quindi una risposta dell’uomo. L’uomo risponde al messaggio del Vangelo, della Sacra Scrittura. Simone ha annunciato il Vangelo ed egli dà anche indicazione sul suo modo di intendere la fede.
Inizio con alcuni Chiarimenti circa la fede che si trovano negli scritti di Simone.

La fede come capacità di rispondere all’azione salvifica di Dio noi uomini non la otteniamo per i nostri meriti ma ci è infusa, donata da Dio per la sua bontà.1

Il contenuto della fede è l’azione salvifica di Dio in Gesù Cristo che ci è comunicata per mezzo del Vangelo: lo abbiamo precedentemente ascoltato dall’articolo del Lexikon für Theologie und Kirche (LThK). Simone definisce il contenuto della fede con parole simili. Scrive che la fede abbraccia tutte le azioni di Cristo e la dottrina di Cristo. È l’incarnazione, la nascita, la vita, il comportamento di Cristo, la sua Passione. Questa è la nostra fede, è la fede di Maria Maddalena e degli altri che sono stati salvati o ancora devono essere salvati.2

Anche l’azione della fede é oggetto delle riflessioni di Simone. La fede in Gesù Cristo ha un unico effetto. Da essa proviene la vita virtuosa. Essa giustifica e salva. Simone rimanda a Mt 8, 13: “E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì.”

Per concludere, si faccia ancora riferimento a Gal 3, 22: “[…]; la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo.”

Incoraggiamento della fede attraverso l’annuncio del Vangelo

Dopo aver presentato alcuni pensieri fondamentali di Simone sulla fede mi occupo ora del suo annuncio del Vangelo. Dobbiamo essere consapevoli che esso esiste solo in forma scritta in un libro. La questione è come la promozione della fede si esprima nell’annuncio del Vangelo da parte di Simone.

Inizio con Lc 2, 8-12, con il racconto del Natale.

Simone si chiede chi abbia suscitato la fede nel Figlio di Dio divenuto uomo.
Nel racconto del Natale del Vangelo di Luca (Lc 2, 8-12) sono indicati ai pastori, in occasione dell’annuncio della nascita di Gesù, diversi avvenimenti e segni, magnifici e stupefacenti. Un angelo reca l’annuncio della nascita. La luce avvolge lui e i pastori quali destinatari del messaggio. Come segno di riconoscimento è indicato un bambino che giace in una mangiatoia.
Di fronte a questo scenario Simone si chiese in quale relazione le modalità dell’annuncio stessero con la fede dei pastori. Questi avvenimenti ebbero la forza di destare la fede nel cuore dei pastori?

Oltre che ai genitori di Gesù la notizia della nascita di Cristo fu comunicata per primi ai pastori. Per Simone le conseguenze di questi eventi meravigliosi sono le seguenti: la comunicazione avvenne nel fulgore del Signore che li illuminò (Lc. 2, 9). Il chiarore avvolse del tutto i pastori. Attraversò i loro corpi e il loro cuore. Ma questo evento straordinario non avvenne per trasmettere la fede, bensì per non far sottovalutare la nascita. La nuova nascita del Dio fatto uomo doveva esser resa nota dalla nuova luminosità della notte. Essa era l’indicazione che il mondo doveva essere rinnovato dalle dottrine, dai sacramenti e dai precetti di un re tanto grande da esser nato in questa notte di chiarità. Per mezzo di Lui dovevano essere allontanate dal cuore dell’uomo le tenebre dell’idolatria e tutte le cattiverie. La luce inconsueta doveva indicare l’avvento di qualcosa di Nuovo.3

La Novità piena di gioia era la nascita del Salvatore. Simone presenta la grandezza di questa gioia così: è grande per l’infinita grandezza del nato e la verginità della partoriente, grande per la virtù, per la novità, per la salvezza comune, per l’eterna beatitudine, per l’inconcepibilità.4

L’eccezionale nato fu annunciato dall’angelo affinché fosse cercato e trovato. Ha voluto essere riconosciuto subito dopo la sua nascita, ha voluto esser cercato e trovato da coloro che lo cercavano in semplicità. Affinché sia cercato l’angelo parla dall’alto. Ha dato ai pastori il segno di un bambino avvolto in fasce che giace in una greppia perché egli sia riconosciuto non per l’altezza, non per la divinità, non per la grandezza, bensì per l’umanità e per la condizione di ultimo.5

Simone chiede se l’infanzia, l’esser avvolto in fasce e il giacere in una greppia siano veramente segni compiuti per il Salvatore. Perché l’angelo come segno di un designato così grande non ha dato qualcosa di divino? Simone fa riflettere: l’angelo avrebbe potuto dare al bambino il linguaggio per condurre alla fede.6

Egli rifiuta tuttavia queste considerazioni e giunge all’esito che questi segni non furono dati affinché la fede in questo nuovo nato s’infondesse nei pastori. La sua motivazione è che non ci fosse nessun segno sufficiente per l’infusione della fede. Soltanto Dio può concedere la fede mediante la sua bontà e la sua generosità. Essa non è suscitata per il merito dei destinatari. L’angelo né annunciò la fede né la infuse bensì presentò ciò che per mezzo della fede può esser creduto, sperato e amato. Secondo Simone ciò è testimoniato dal fatto che non furono uomini che cantarono inni di lode al nascosto e sconosciuto nato ma la legione celeste. Essa lo riconobbe e divenne una sola famiglia con gli uomini sulla terra attraverso il canto di lode. La coorte celeste sperava che gli uomini divenissero come in passato suoi concittadini in cielo.7

Conclusione: La fede come capacità di rispondere all’incarnazione credendovi e di riconoscere il Figlio di Dio nel nuovo nato fu donata ai pastori da Dio. Non fu l’annuncio degli angeli ai pastori che suscitò la fede in Cristo Redentore. Fu l’operare di Dio.

La parabola del granello di senape (Mt 13, 31-32)

Nell’interpretazione della parabola del granello di senape (Mt 13, 31-32), Simone evidenzia il significato della fede per la vita nella chiesa: qualunque cosa buona si compia esteriormente nella chiesa deve esser attribuita alla grazia della fede e non alla capacità dell’uomo.8 L’espressione si trova nel passo del seme di senape, il più piccolo di tutti i semi che però cresciuto é più grande delle altre piante e diventa un albero.9

Simone non scorge il punto fondamentale della parabola nei diversi semi ma nelle azioni che sono in relazione con l’albero della fede. Il seme di senape appare tra i granelli piccolo e disprezzabile. Questo giudizio calza anche per la parola della fede. Confrontata con quelle proferite dall’intelletto non rappresenta nulla. La parola della fede poggia sull’autorità mentre le parole che si riferiscono alla natura si basano su ragioni che sono fondate nella natura.

Diverso è il comportamento del seminatore che semina il granello di senape della fede. Non è un uomo comune ma il Dio fatto uomo, Cristo Gesù. Egli prende il granello di senape e lo semina nel cuore dell’uomo. Attraverso invisibili apporti esso cresce e diviene un albero compiuto che porta molti rami. Essi sono, secondo la forma scelta della parabola, i diversi stati e modi di vita. Queste diverse forme possono essere paragonate a uccelli che brancolano nelle vanità di questo mondo senza vie determinate e girovagano senza una sicura dimora. Essi vengono ad abitare all’ombra della fede cristiana e a riposare sfiniti per così dire dai gradi di calore dannosi ed eccessivi.10

L’albero che cresce dal granello di senape ha una radice ma molti rami. Non si tratta tuttavia di una moltiplicazione dell’unità della radice. Altrettanto è per la fede fondata da Cristo. Mediante la parola seminata e disprezzata, è fondata da Cristo nei cuori degli uomini esclusivamente un’unica fede. Questa custodisce l’unità nella salda radice e nella forza intrinseca e cresce attraverso indicibile moltiplicazione. L’albero tende numerosi rami per accogliere tutti coloro che vogliono giungere a lui, così che a nessuno rimane la scusante di essere stato rifiutato. Se qualcuno non viene per riposare, perché un ramo non gli piace, un altro può diventargli abitazione e ombra di suo gradimento.11

Sebbene ci sia esclusivamente una fede dei credenti e un orientamento delle loro azioni, non c’è soltanto un’azione di coloro che vogliono agire rettamente nella fede. Simone lo chiarisce con un riferimento ai nove doni della grazia dell’apostolo Paolo (1 Cor 12, 8-10) che questi cita come opere dello Spirito Santo. Sono i doni di comunicare saggezza, mediare conoscenza, donare forza della fede, guarire le malattie, operare miracoli, parlare profeticamente, la capacità di discernere gli spiriti, di parlare in modi e lingue diverse, il dono di interpretarle. Ci sono tuttavia ancora molte più azioni che si trovano come rami sull’albero della fede e così rimangono nella fede e sono efficaci a partire da essa.

La prima e la più importante è l’osservanza dei comandamenti (1 Cor 7, 19). Su questo ramo si devono stabilire gli uccelli spirituali. Un proprio ramo spetta a causa della prole agli sposati. (1 Cor 7, 1-5). Un altro ramo è riservato a chi vive celibe come ad esempio i membri di un Ordine.12

Nessuno si persuada di non poter abitare sui rami della fede (Mt 13, 32; Mc 4, 32). Di essi ce n’è un numero così grande che può accogliere chiunque secondo la sua capacità di accettazione. La fede non ha niente di angusto nei suoi rami, essa è ampia. Deve essere conservata esclusivamente l’unità nel suo fondamento.13

Conclusione: la fede è seminata nel cuore da Cristo e incrementata dall’agire della sua grazia. Ogni credente ha la possibilità, secondo le sue capacità, di operare in virtù della fede. Egli attinge la forza dal seme che il divino Seminatore ha sparso nel suo cuore.

Fides ex auditu (Rom 10, 17)

Nel Vangelo di Marco (Mc 7, 32-35) si trova la guarigione di un sordomuto. Dal Vangelo conosciamo bene la parola che Gesù disse al sordomuto: “Effatà!” che significa “apriti!”.

Questo sordomuto è condotto a Gesù da una folla, poiché egli non poteva udire l’annuncio di Gesù, per esser da esso reso in grado di andare a Lui. In ciò era ostacolato dalla sua sordità corporale.

Accanto a questa c’è però anche un secondo tipo di sordità che era cagionata dalla scelta personale, la sordità dell’orecchio del cuore. Simone a tal proposito fa riferimento a questo verso del salmo: “Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce” (Sal 81, 12). Non ci si è aperti alla voce di Dio, alla parola di Dio, anzi consapevolmente ci si è chiusi.

Di questi sordi per propria colpa Simone dice che la loro sordità ha per conseguenza che la fede non può giungere dall’udire. Per quanto l’udire della predica, l’annuncio, giochi un grosso ruolo. L’udire agisce attraverso la parola di Dio educando e salvando e conduce all’eterno. Chi si preclude questo procedere, chi si pone come sordo, chi non vuole onorare la parola di Dio nel modo dovuto, si esclude da sé dalla salvezza.14 E’ compito dell’annuncio mantenere aperta la via per la parola di Dio.

Come esempio di consapevole sordità Simone cita i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei. Di loro dice che non hanno voluto udire Cristo che portava parole di vita. Vivevano il mondo presente. Ma le parole della vita eterna sono contrapposte alla vita peritura. Chi invece ama la vita eterna e ne ha gioia perde la sua gioia per il presente.15

Conclusione: In riferimento alla guarigione di sordi e muti che è riportata nel Vangelo, Simone ricorda che è irrinunciabile per l’annuncio della fede che i destinatari del messaggio smettano il loro atteggiamento di rifiuto e si aprano all’annunciante e alle sue parole.

Il colloquio con Nicodemo (Gv 3, 1-21)

Il fariseo Nicodemo andò di notte da Gesù per informarsi sulle condizioni per l’entrata nel regno di Dio da Lui annunciato.
Simone dice di Nicodemo che i segni e miracoli lo avevano convinto che Dio fosse con Gesù.

Anche Simone vede in essi un grande veicolo che doveva, operando nel cuore di Nicodemo, metterlo in grado di giungere alla vera fede, di riconoscere che Gesù è il vero Dio. Nelle cose divine, annota Simone, la fede precede il sapere. Nicodemo, con il suo giudizio che Gesù fosse il vero Dio, offrì a ciò un buon presupposto.16

Per l’ingresso nel regno di Dio, risponde Gesù, è necessaria la rinascita. Simone la definisce come nascita dalla fede nella novità dei Sacramenti che vengono da Dio.17 Questa nascita avviene dall’acqua santificata attraverso la parola e dallo Spirito Santo che infonde la Grazia. La nuova generazione cristiana crede in questa rinascita.18

Simone considerò Nicodemo sulla buona strada. Non si vergognò di farsi istruire circa il Divino. L’anima razionale è stata creata per questo. Nicodemo non temette di fare domande. Per Simone è il cuore dell’uomo che accoglie la fede e la dottrina. L’orecchio e la lingua sono veicoli per mezzo di cui la dottrina è trasmessa, a meno che essa sia immediatamente infusa dallo Spirito Santo.

A questo punto Simone fa riferimento al noto passo che si trova nella lettera ai Romani (Rom. 10, 17): La fede viene dall’udire, l’udire però dalla Parola di Dio. L’udire fa pervenire all’orecchio la parola del linguaggio affinché essa vi penetri.19

Conclusione: In questa parte del colloquio di Nicodemo con Gesù si tratta della rinascita e del ruolo che vi ha la fede.

In una seconda parte Simone si occupa dell’elevazione del Figlio dell’uomo, della fede nel Crocifisso.

Fu il puro amore che indusse Dio, amante degli uomini, a non dare per perso il genere umano bensì a salvarlo. Nell’elevazione, nella morte di croce, fu sacrificato Dio per l’uomo, il Figlio per il servo.

L’efficacia della morte in croce per il singolo si verifica se il credente si volge al Crocifisso con fede attiva. Questa dedizione salva l’uomo. L’uomo deve credere alla forza del Crocifisso. Simone intendeva con ciò una fede che è collegata con la speranza e con l’amore. A chi la ha per il Crocifisso è promessa la vita eterna.20

Un terzo aspetto di cui tratta questo Vangelo è il giudizio. Simone scrive al proposito che il Figlio dell’uomo non è venuto per giudicare ma per salvare. È venuto affinché noi viviamo per Lui.21

Simone motiva il fatto che Gesù non abbia voluto giudicare il mondo. Se avesse voluto far ciò allora non avrebbe emanato così tanti divieti per evitare il male, non avrebbe dato così tante esortazioni a fare il bene, non avrebbe enunciato così tante regole di prudenza, non avrebbe esortato all’espiazione e reso possibile attraverso mezzi adeguati il perdono dei peccati. Non avrebbe fatto tutto questo e soprattutto non avrebbe preso la morte su di sé, se egli fosse stato mandato per il giudizio e non per la salvezza del genere umano.22
Conclusione: Gv 3, 18 afferma: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”. Il giudizio ha luogo a causa del non credere e a proposito del non credere.23

Il discorso sul pane del cielo nella sinagoga di Cafarnao (Gv 6, 22-59)
La fede nel Figlio di Dio ottiene la vita eterna (Gv 6, 41-42)

L’autodefinizione di Gesù come pane di vita che è disceso dal cielo suscitò un incredibile mormorare presso molti che lo ascoltavano, mormorare che si originava dalla loro mancanza di fede. Non potevano credere che Gesù avesse origine dal cielo. Gesù spiega questa incredulità con il mancare dell’intervento del Padre. Nessuno, cui ciò non sia concesso dal Padre, può giungere al Figlio, il che significa credere in Lui. Ma deve volerlo. Il Padre non attira nessuno al Figlio con la forza. Chi si fa attirare compie l’alleanza offerta da Dio e ha anche la promessa di Gesù: “[…]; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.” (Gv 6, 44). A coloro che sono attirati dal Padre al Figlio, affinché credano nel Figlio (Gv 11, 42), è fatta la promessa che risorgeranno alla vita beata ed eterna.24

Conclusione: La fede in Gesù ha quindi un ruolo decisivo per la vita eterna, per il compimento dell’uomo.

La fede come risultato dell’invisibile insegnamento di Dio

La fede è suscitata nel cuore degli uomini dall’invisibile agire di Dio. Questo è il messaggio di Gv 6, 45: “Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.”

Simone commenta il passo con le parole: “Gli allievi di Dio sono ammaestrati da colui che non risuona nelle orecchie con la voce ma penetra i cuori. Anche se il linguaggio umano fu reso strumento delle affermazioni divine è solo Dio che opera invisibilmente nei cuori degli uomini che essi credano.” 25

A questo proposito Simone nota meravigliato: “Nella Chiesa risuona la voce di Dio e molti la odono. Ma non imparano per impazienza, leggerezza, negligenza, occupazione, noia degli uditori, legame dell’anima alle cose materiali, attaccamento al piacevole, dal quale non si vogliono separare per timore.” La parola di Dio è vivente (Ebr 4, 12). “Se è accolta separa l’anima da tutto, dall’inclinazione del cuore al visibile, dalla superbia dell’anima, dal non comparire di ciò che è detto, ciò che è insegnato perviene anche se non è appreso.”26

Conclusione: La fede è suscitata dall’invisibile agire di Dio.

La fede nel Figlio di Dio ottiene la vita eterna

Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è il pane di vita che è disceso dal cielo. Beneficiare di Lui dà la vita eterna. La vita eterna è per Simone oggetto della speranza degli uomini. Gesù viene incontro a questa speranza ponendo l’accento sulla fede come via per raggiungere questo scopo. Egli richiama perciò al fatto che si deve credere al Figlio di Dio che ha promesso con un giuramento il fine e la via per raggiungerlo: “In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.” (Gv 6, 47).

Simone attribuisce alla fede il raggiungimento della vita eterna. Essa può essere ottenuta per mezzo della fede. Per Simone è indicibile, impensabile che la fede abbia una tale forza ed effetto da far meritare la vita eterna. Per la fede in Gesù, in quanto Figlio di Dio, Dio stabilì come premio la vita eterna. Non si deve chiedere ragione della discrepanza tra l’atto della fede e la ricompensa, bensì si deve fare quanto è richiesto. Poiché la fede ha come promessa la vita eterna, a coloro che perseverano nella fede ne spetta il godimento.27
Per avvalorare con la Sacra Scrittura l’affermazione della vita eterna come premio per la fede, Simone confronta enunciazioni a ciò riferite dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Da dove ottiene la vita eterna il credente nel Figlio di Dio? Questa è la domanda di Simone. In risposta egli rimanda alla parola di Gesù: “Io sono il pane della vita” (Gv 6, 48). Il Nuovo Testamento afferma questo. Gli uomini dell’antica alleanza non ebbero un tale cibo, come si evince dalla frase seguente: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti” (Gv 6, 49). Il commento di Simone è: “La vita viene dal pane di vita, viene da Gesù. La morte non viene né da Mosè né dalla manna bensì dall’invidia del diavolo attraverso Adamo.”28

Conclusione: La vita eterna giunge mediante la fede in Gesù come pane di vita.

Gesù in quanto pane di vita si differenzia dalla manna

Anche la manna fu considerata pane disceso dal cielo. Non aveva però potuto eliminare la morte. Del pane di vita, di Gesù, è detto che venne dal cielo e che la sua consumazione dà la vita eterna (Gv 6, 48-50). Mangiando il pane celeste la signoria della morte è distrutta, la morte eterna è totalmente superata.29

Conclusione: Gesù, il pane di vita, annienta la morte eterna.

Il pane che Gesù dà è la sua carne

Gesù spiega al credente che cosa egli deve intendere come pane di vita che egli gli offre. “[…] e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Il pane di vita è Gesù stesso che giunse dal cielo, s’incarnò e mediante la grazia dell’unione costituì tutte le sostanze in una persona, che si sacrificò nella morte. La conseguenza fu che l’unica morte di Cristo eliminò la doppia morte dell’uomo, del corpo e dell’anima. Egli preparò alla vita eterna dando come cibo il suo corpo in quanto carne.30

Conclusione: Il pane di vita è la carne del Gesù sacrificato.

Chiarimento della fede in Gesù
mediante la disputa circa la consumazione della carne di Gesù

L’annuncio di Gesù circa il mangiare della sua carne, causò una discussione. Alcuni degli uditori accettarono la dottrina di Gesù della sua carne e sangue come nutrimento per la vita eterna. Non cercarono una spiegazione ma accettarono la dottrina nella fede perché volevano raggiungere la vita eterna. Inoltre non avevano alcun argomento che potessero portare contro la dottrina di Gesù.31
Altri invece si rifiutarono e si opposero alla modalità. A causa di ciò la loro fede venne meno. Il loro rifiuto si esprime nella domanda: “[…]: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?»” (Gv 6, 52).

Per Simone la fede semplice accetta i fatti e non chiede circa il come, cioè il modo in cui Gesù vuole realizzare la parola. La domanda posta è per Simone il segno di una fede che vacilla.

Simone ritiene che chi vuole indagare i misteri della fede è prigioniero del corso della natura. Egli ascolta che qualcosa va oltre la natura poi ricerca il modo in cui ciò avviene.32 Simone nota ciò in questa domanda e constata una mancanza di fede semplice.
Coloro che discutono chiedono in che modo quest’uomo voglia dare come cibo la sua carne per la vita del mondo, dal momento che essa, intesa letteralmente, è subito consumata. Circa i sostenitori di questo argomento, Simone dice che essi sono del tutto orientati ai sensi e si sono tenuti lontani dall’anima.

Anche Simone chiede: “Chi si è già ucciso per diventare cibo per gli altri?”. Egli risponde: “Di fronte a ciò i sensi arretrano spaventati, la ragione umana rifiuta di mangiare carne dell’uomo.”33

Dopo aver chiarito che non si può trattare del consumo di carne umana, Simone rileva che tali domande sono poste da coloro che non hanno fiducia nella forza di Gesù che promette di trovare una via in cui la sua carne diviene cibo onorevolmente, senza disgusto di coloro che ne mangiano.34

Conclusione: Chi crede veramente ha fiducia nella parola di Gesù.

Dagli uditori Gesù vuole la fede nel factum e non nel modus

Gesù non cercò, attraverso spiegazioni, di mediare la discussione generatasi. Egli ripeté la sua affermazione della necessità di consumare la sua carne e il suo sangue. Con una minaccia e una promessa, accentuò l’urgenza di trovarsi preparati alla fede nella necessità della fruizione.35

La minaccia dice: “[…]: «[…]: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.»” (Gv 6, 53). A questa frase Gesù collegò una profezia con conseguenze ricche di effetti: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).

Gesù rimase fermo nella sua affermazione e non cercò di temperarla mediante una spiegazione. Non mediò la discussione dei Giudei esitanti con una delucidazione del modo in cui il mangiare e il bere offerto dovessero accadere ma insistette sul mangiare e sul bere. Infatti minacciò coloro che non ricevono la carne e il sangue della perdita della vita. A coloro che ricevono il corpo e il sangue promise la vita eterna.36 Agli uditori che credevano Gesù non diede nessuna ulteriore spiegazione.

Simone spiega il procedere di Gesù con l’indicazione che egli fece ciò per non indebolire la fede, poiché essa tanto non poteva essere supportata da motivazioni. La giustificazione di Simone a tal proposito dice che la fede attraverso spiegazioni date “è diminuita. Il suo premio le è dato in fin dei conti a seguito della circostanza che il creduto in tutti i casi non è visto. E’ anche creduto ciò che non è compreso attraverso nessuna motivazione.

Dio ha previsto il processo del mangiare la carne e del bere il sangue di Cristo dall’eternità. Egli stabilì che in questo sapere della fede gli uomini siano salvati.”37

Conclusione: In questo passo Simone si esprime per una fede che deve accettare il proprio oggetto senza cercare di comprenderlo. Poiché qui si tratta di una prescrizione di Dio, l’uomo non ha nessuna possibilità di scoprire il suo mistero. Ciò vale innanzitutto per il mangiare la carne e il bere il sangue di Cristo.

Il rimanere di Cristo nel credente che si comunica e di lui in Cristo

La situazione di partenza per l’umanità era che il genere umano era stato punito con la morte e derubato della vita. La morte non poteva essere sfuggita e la vita non poteva essere ottenuta se non attraverso la compassione e l’aiuto di Dio per gli uomini. Questo aiuto egli lo offre attraverso il mangiare la carne e il bere il sangue del suo Figlio, se ciò accade nella fede e nell’obbedienza.

Gesù dice della sua carne e del suo sangue: “Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.” (Gv 6, 55). Entrambe operano per colui che le riceve la distruzione della morte e il dono della vita.38
Gesù rimanda al fatto che la vita è garantita dal rimanere in Lui che ha signoria sulla morte e riceve dal Padre il pieno potere di dare la vita eterna, la vera vita che rimane eternamente vita. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.” (Gv 6, 56).39

Chi vuol vivere ha bisogno di mezzi che conservano la vita e la promuovono. Cosa fa colui che vuol vivere eternamente? Il mezzo decisivo è il rimanere in Gesù attraverso la fruizione della sua carne e del suo sangue: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.” (Gv 6, 57).

All’inizio della vita sta il Padre. Il Figlio è unito a lui: “Il Figlio vive a causa del Padre da lui e in lui. La vita del Padre e del Figlio è una e può esserci comunicata solo da lui. Perciò è detto ‘Ciascuno che mangia di me vivrà attraverso me’”.40

Conclusione: Gesù richiede di mangiarlo. Noi non siamo istruiti di mangiare il Padre. La motivazione di Simone è che il Padre non ha assunto nessuna carne consumabile, ma fu il Figlio colui che si incarnò. Attraverso di Lui la nostra vita è nel Figlio e nel Padre. Nel Figlio quando noi mangiamo la sua carne, nel Padre perché il Figlio è in Lui.41

Il pane che è disceso dal cielo

Simone rimanda al fatto che il Vangelo ripete molto spesso l’espressione del pane che è disceso dal cielo. Ciò avviene a conferma di quanto udito e creduto ma anche per distinguere questo cibo celeste dalla manna che Dio Padre diede nel deserto. Questa si differenzia d’altronde in modo estremo dal pane della vita che Gesù promise. La manna non diede la vita mentre il pane dato da Gesù dà la vita eterna.42

In proposito è detto nel Vangelo: “Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.” (Gv 6, 58). Simone riconduce questa vita eterna all’origine di Gesù dal Padre anche se il Gesù temporale discende dalla madre. Egli rimanda al fatto che in tutte queste parole Gesù non manifestò il modo della presa del nutrimento benché proprio a causa di ciò fosse iniziata la discussione dei Giudei (Gv 6, 53). Gesù non cercò di mitigare la situazione mediante una spiegazione. Egli non lo fece affinché la forza della fede non diminuisse e si stimasse corrispondentemente in modo elevato il merito della fede. Il fatto del cibarsi deve essere accettato nella fede, il modo in cui ciò avviene sta in secondo piano. “Nella fede esiste il factum, nella fede (esiste anche) il modo. Si attribuisce un più grande peso a ciò che Gesù voleva fare e che fece. Cioè è di più grande significato l’attuazione (factum) che il modo dell’attuazione (modus in facto).”43

Nella concezione della fede di Simone ha un ruolo il principio: Jesus potuit, voluit, ergo fecit (Gesù lo poté, lo volle, quindi lo fece).
La fede di chi si affida alla parola di Gesù parte dal presupposto che Gesù può realizzare ciò che annuncia. Il credente si deve perciò considerare soddisfatto di quanto annunciato, del “factum”, come dice Simone. La questione circa il modo in cui questo annuncio possa essere realizzato, deve lasciarla a Gesù, deve lasciarla a Dio che conosce una via in cui egli può attuarlo. Chi accetta il factum nella fede non ha bisogno di nessuna spiegazione circa il modo della sua realizzazione. Il factum si trova al primo posto per il credente. Il modus della realizzazione è ad esso subordinato. “Se qualcuno in tutte le azioni del Salvatore gli dona fede relativamente al factum sulla base dell’intelletto convinto (captivato intellectu) allora egli non interroga oltre circa il modo o il motivo.”

Forse Gesù evitò una risposta circa il modo della realizzazione perché ancora non aveva preparato o dato un nutrimento dalla sua carne. Lo fece successivamente, cioè nell’ultima cena, quando egli trasformò il pane nella sua carne e il vino nel suo sangue attraverso la forza divina. Egli lo prese per primo; dopo di che lo diede ai restanti apostoli da mangiare e da bere.

Conclusione: La parola di Cristo non si aprì ad un uditore in base a come avviene quella trasformazione e nutrimento della carne e del sangue, bensì per i realmente credenti ciò si verificò a causa della fede ma non in base a motivazioni e prove.44

“Noi abbiamo creduto […]” (Gv 6, 69)

Simone mette in evidenza la fede come forza che unisce. Egli scrive in proposito che la fede converte al Signore. L’incredulità invece o non lascia giungere gli uomini a lui, o li allontana da lui. La fede unisce, l’incredulità fa vagare gli uomini o li rende senza legami. La fede non teme l’asprezza delle parole. Se si sottomette a esse, è portata al di là delle difficoltà. Il credente non arretra spaventato di fronte all’inconcepibile, egli comprende tutto. (Mc 9, 22)45

Coloro che non seguirono più Cristo perché non compresero le sue parole, le sentirono dure, e su ciò mormoravano (Gv 6, 61), non gli erano uniti di cuore in fede immutabile. Perché chi si allontana da Gesù non va semplicemente a casa o si siede a riposare, ma va verso la morte in quanto Cristo è la vita (Gv 14, 6). Egli cade nell’errore, giacché ha lasciato la verità che è Cristo (Gv 14, 6). Egli si muove verso l’impervio dal momento che lascia la retta via poiché Cristo è divenuto per noi la via verso la patria (Gv 14, 6).46

Conclusione: Non vi è più grande legame, scrive Simone, che quello della fede pura. Chi prende velocemente distanza dalla fede o non ha ancora raggiunto la purezza della fede oppure non ha ancora aggiunto alla fede l’amore. Non c’è più lontana separazione di quella del non credere e del non amare.47 Non si possono certo dimostrare con motivi razionali i misteri di Cristo ma non vi è anche nessun sufficiente motivo per allontanarsi da essi.48

La risposta dei Dodici: “Noi abbiamo creduto […]” (Gv 6, 69)

“Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio.»” (Gv 6, 67-69).

Dai dodici apostoli Gesù vuole sentire una professione verbale. Egli voleva mostrare con ciò che essi lo seguivano liberamente. Dovevano anche avere la possibilità di decidersi diversamente, di lasciarlo. Simon Fidati formula la parola di Gesù così: “E’ dura la parola (Gv 6, 61) se prescrive, se consiglia, se giustamente minaccia, se caritatevolmente promette? Il vostro intelletto lo comprende nella fede. C’è un motivo per ciò? Volete andar via come increduli o rimanere presso di me come credenti? Non era intenzione di Gesù che essi si dovessero separare da lui. Ma egli lasciò a ciascuno la sua libera scelta in modo che ognuno giungesse ad un sì o ad un no e che usasse la sua libera volontà.”49

Simon Pietro rispose alla domanda di Gesù in nome degli apostoli. Dalla risposta di Pietro evidenzio i seguenti elementi.
Da chi dobbiamo andare? Questa perplessità e il mancare di un punto di riferimento, Simone li commenta con queste parole: ci manca un punto di riferimento. (Abbiamo perso la speranza in ogni uomo perché) “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno […]” (Ger 17, 5),50 ma non in te Gesù. Non abbiamo nessuno al di fuori di te.

Tu hai parole di vita eterna (Gv 6, 69). Questo lo crediamo nello spirito. Lo abbiamo anche riconosciuto dai miracoli da te operati. Tu hai infuso la fede nei nostri cuori perché tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente (Gv 6, 69).51

Con questa professione gli apostoli oltrepassarono la testimonianza dei Giudei che dicevano di Gesù che egli era soltanto il figlio di Giuseppe e Maria (Lc 4, 22). Gli apostoli si espressero diversamente. Solo in lui essi sperarono nella vita eterna mentre lasciarono ogni altra speranza. Simon Fidati formulò tale speranza con queste parole: “Noi (apostoli) cerchiamo di vivere nell’eternità e ci sforziamo al fine di vivere nell’eternità. Perciò da chi andiamo in modo che noi possiamo vivere nell’eternità? Ovunque domina la morte. Anche se ci fosse una creatura che non morisse essa non può dare a un altro la vita. Tu sei la vita e presso di te è la fonte della vita, non di quella transeunte ma della vita eterna (Gv 6, 69). Le tue parole lo dicono perché esse sono parole di vita eterna.” (Gv 6, 69).52

Dalla professione di Simon Pietro a Cesarèa di Filippo (Mt 16, 16-17), dove Pietro ne diede una simile, Simone dedusse che anche quanto qui detto non originava dalla rivelazione della carne e del sangue ma dall’insegnamento del Padre. Non giunse dalla saggezza umana ma Pietro pronunciò la parola della professione salvifica compenetrato dalla saggezza divina.53

“[…]: «Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!»” (Gv 6, 70). Gesù ha scelto gli apostoli, non loro hanno scelto il Signore Gesù (Gv 15, 16). I scelti acconsentirono a essere salvati.54 Giuda non lo fece. Quando Gesù lo designò come diavolo il divenirlo accadde non mediante un altro ma attraverso lo stesso Giuda. Deve essere un avvertimento per tutti se persino uno dei dodici apostoli del Figlio di Dio è diventato un diavolo. Non la presenza di Gesù, non la dottrina presentata dalla cattedra più alta né la comunità degli apostoli salvarono Giuda dal rendersi diavolo.55 Ciò poté avvenire per la mancanza di fede.

Conclusione: Gesù chiamò uno dei dodici apostoli, Giuda, un diavolo. La domanda come si sia potuto giungere a ciò ha già occupato molti cristiani. Nello spirito dell’esposizione di Simone sulla fede la risposta può forse essere che Giuda non si riconobbe con piena convinzione in Gesù come Figlio di Dio.

“Non si può far altro che divenire simili a Cristo. Una forma che si allontani da ciò porta alla morte. Egli (Cristo) era Dio, poteva portare aiuto, egli fu uomo e offrì a tutti un esempio tale che, come egli visse, possiamo vivere anche noi.”56

Con l’espressione del divenire simili a Dio è formulato un punto di vista centrale alla luce di cui Simone ha redatto il suo commento al Vangelo. Mi chiedo quindi a proposito del tema della fede se anche le sue esposizioni circa la fede sono state determinate da questa prospettiva cristologica.

La fede come mezzo della chiamata

Ascoltiamo dal Vangelo di Giovanni 5, 36-47: “[…] E anche il Padre […] ha reso testimonianza di me. […] e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato. […] Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?»”.

Nella discussione di Gesù con i Giudei si tratta della fede nella parola di Gesù che fu inviato da Dio Suo Padre (Gv 5, 24). I Giudei si appellarono a Mosè al quale prestavano fede. Gesù replica che se i Giudei credevano agli scritti di Mosè e in essi si auguravano la vita eterna, avrebbero dovuto credere anche a Cristo su cui Mosè molto tempo prima aveva scritto.57

Simone nota che l’Evangelista non ha nominato lo scritto e il passo perciò vuole citare quello qui inteso affinché la fede rifulga e la carità dei credenti sia moltiplicata. Simone rinvia a Dt 18, 15-19. Questo passo lo aveva scritto Mosé molto prima a ricompensa di coloro che credono nel Salvatore e a giudizio di tutti gli increduli.58 Con riferimento a questo passo Gesù rimanda i Giudei a Mosè con le parole: “Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; […]” (Gv 5, 46). Cristo non parla qui dubitando, poiché egli sa tutto, bensì sottolinea la durezza di cuore dei Giudei che, per la fede che fu data a Mosè, quasi avrebbero dovuto inchinarsi a Cristo. Secondo questo passo della Scrittura i Giudei sono senza giustificazione presso Dio perché non credettero realmente neanche a Mosè. Di conseguenza non credettero neppure a Cristo su cui Mosè aveva predetto una profezia così manifesta.59

Il Vangelo di Giovanni prosegue: “Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?” (Gv 5, 47). In queste parole Simone pose a confronto non le persone ma la fede. La sua spiegazione è che se non credettero a Mosè, cui prestavano la più grande fede, allora non credettero neppure a Cristo in cui non avevano la minima, anzi nessuna fede.60

Viene meno molto di ciò che fu detto e non vi è neanche nessun sicuro allontanamento da parte loro innanzitutto verso ciò che deve essere creduto. Simone nota che Cristo non aveva propriamente necessità della testimonianza della Scrittura poiché avrebbe potuto infondersi senza questa nei cuori degli uomini.61

Gesù non era legato alle testimonianze della Scrittura. Ma senza essa non giunse e non compì i suoi grandi misteri per la salvezza degli uomini. Egli rese note, a partire dalla Scrittura, la dannazione e la salvezza così che esse non apparissero diversamente da come sono descritte nella Sacra Scrittura. Cristo richiede impegno e non invita né loro né altri credenti mediante motivazioni razionali ma soltanto attraverso la fede che, secondo le parole di Isaia, precede del tutto la comprensione (Is 7, 9; LXX): “Se non credete, non comprendete” o secondo un’altra versione: se non credete non avete stabilità. Questo è il nostro merito, che ci basiamo sulla fede e non sull’intelletto. Ed è la forza della fede a essere da loro esclusa. E a tutti coloro che insegnano secondo l’esempio di Cristo è affidata la forma dell’insegnare, perché mediante la fede cerchino di inclinare i cuori degli uomini a Cristo e che ogni intelletto sia preso dalla sua sequela (2 Cor 10, 5), poiché anche il Figlio di Dio chiamò i cuori degli uomini a sé non altro che con la fede.62.

 P. Willigs Eckermann, O.S.A