Pubblicazioni e contributi

Sono disponibili presso la Basilica di Santo Spirito le tre pubblicazioni del Priore Padre Antonio Baldoni: QoheletSapienza e Apocalisse.

Chi fosse interessato può rivolgersi ai Padri ed ai loro collaboratori, direttamente presso la Basilica nei suoi orari di apertura (vedi in calce).

Qohelet

quoheletQuesto testo dell’Antico Testamento, che appartiene al filone sapienziale, è all’apparenza un libro-scandalo, come si direbbe oggi. Si tratta, tuttavia, di uno scritto provocatorio, inserito nella Sacra Scrittura, e quindi Parola di Dio in senso pieno. Il libro del Qohelet indica all’uomo disilluso e senza certezze umane, l’unica strada sempre percorribile per dare senso all’esistenza: la fiducia e l’abbandono alla volontà di Dio.

Sapienza

sapienzaDue sono le finalità, apparentemente contraddittorio, del libro della Sapienza: insegnare che solo la fede nel Dio dei Padri è fonte di vera e duratura felicità, e impostare un dialogo con la cultura ellenistica. Ciò, infatti, non comporta la rinuncia alla propria identità culturale e religiosa, ma, al contrario, offre la possibilità di difenderla e valorizzarla nel confronto con la cultura greca.

Apocalisse

apocalisseLeggere e comprendere il libro dell’Apocalisse non è agevole, in quanto il genere letterario che lo caratterizza è piuttosto lontano dalla nostra mentalità e sensibilità. Tuttavia ha un fascino particolare per coloro che lo avvinano con le giuste chiavi interpretative e con fede. Ciò che proponiamo è offrire una lettura il più possibile semplice di questo ultimo libro della Sacra Scrittura, affinché possa risultare utile a chi desidera conoscere il messaggio.

pala_nerliGiovedì 9 maggio alle ore 16.00 presso la Basilica di Santo Spirito si terrà la presentazione del volume “La Pala Nerli di Filippino Lippi in Santo Spirito. Studi e restauri” curato da Daniele Rapino ed edito da Mandragora.

Il ritrovo è fissato all’interno della Basilica proprio davanti alla Pala, rientrata in Santo Spirito il 12 febbraio 2012 dopo il restauro e l’esposizione a Roma alle Scuderie del Quirinale.

Seguiranno, nella Sala del Capitolo, gli interventi moderati dal curatore del libro Daniele Rapino.

La Pala Nerli di Filippino Lippi in Santo Spirito
Studi e restauro

a cura di Daniele Rapino

aprile 2013

brossura cucito
20 x 22,5 cm; 80 pp.
64 illustrazioni a colori e 15 in b/n

978-88-7461-195-9 italiano

Intorno alle due figure di Filippino Lippi e del nobile Jacopo de’ Nerli detto Tanai si svolge, nella seconda metà del Quattrocento, la storia di un capolavoro: la Pala Nerli che dopo un accurato e sapiente restauro ritorna sull’altare della famiglia nella basilica di Santo Spirito e si mostra con una nuova godibile leggibilità che permette di apprezzarne le finezze disegnative e la preziosità dei materiali usati. La pubblicazione illustra la genesi del dipinto – nato per svolgere una funzione pubblica fortemente rappresentativa dello status del committente – che sarebbe databile tra il 1485 e il 1488, il notevole valore formale e stilistico della cornice a tabernacolo – ornamento di fine intaglio e varietà ornativa, importante esempio di interrelazione tra architettura, scultura e pittura che assume un ruolo di coprotagonista con la tavola – e rende noti i risultati di un’intensa indagine scientifica e strumentale che hanno permesso di penetrare nel percorso creativo dell’artista sottolineando le criticità conservative cui era necessario rimediare.

Indice del volume:

Presentazioni

Cristina Acidini, P. Antonio Baldoni, Simonetta Brandolini D’Adda

Daniele Rapino, La Pala Nerli: una proposta di lettura

Alessandro Cecchi, Patronati nella chiesa di Santo Spirito fra Quattro e Cinquecento. Da Cosimo Rosselli al Rosso Fiorentino

Anna Teresa Monti, Il restauro del dipinto

Aviv Fürst, Il restauro della cornice

Anna Pelagotti, Risultati delle indagini scientifiche

Abbreviazioni

Bibliografia

 

E’ disponibile la nuova guida alla Basilica di Santo Spirito.

La guida è disponibile al link sottostante. Cliccando sui margini bassi della stessa, è possibile scorrere tra le pagine. La versione cartacea è disponibile presso la Basilica nelle lingue italiano, inglese e francese.

Per visualizzare la nuova guida fare click qui.
(potrebbe occorrere qualche minuto per il caricamento) 

 

Sono stato crocifisso con Cristo, non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me” (Gal.. 2, 19b-20°)

(Sabato 28 ap4rile 2012, ore 15, 30. Firenze)

Premessa

Ringrazio la Comunità dei Padri agostiniani di Santo Spirito di Firenze per l’onore che mi hanno riservato, invitandomi a parlare in questo luogo, così ricco di storia, di cultura e di spiritualità.

A Firenze hanno operato con entusiasmo e fervore i nostri antenati, radunando interno a loro il fior fiore degli umanisti di Firenze del Quattrocento, animati dall’infaticabile e ardente  Luigi Marzili (+ 1394), che sapeva parlare dal pulpito di Sacra Scrittura, coniugando quanto di saggio trovava nei detti dei filosofi e dei poeti Amico del Petrarca, di Coluccio Salutati, di Leonardo Bruni ed altri per discutere con loro de rebus humanis et divinis (Petrarca). Umanista, insieme agli altri grandi umanisti, che camminava alla luce dell’autorità di Agostino, ammiratore estatico dell’uomo  magnum miraculum, vir magnae naturae, capax Dei, che, Agostino non comprende, tanto è profondo il suo mistero (grande profundum) (Cf. Conf. X, 8, 17).

L’uomo è grande per le capacità che ha, ma sempre limitato dalla sua natura, essa, infatti, è “malata” (Homo magnus aegrotus). Tenerlo presente vuol dire partire con il piede giusto nel cammino verso la verità. Lutero e la Riforma scambieranno la infirmitas con  la radicale corruzione, per questo motivo errarono negando la libertà umana e affermando l’imputazione estrinseca della giustizia di Cristo

Argomenti, condivisi da tutti, per questa ragione, non fu difficile riunire gli umanisti di Firenze, e discutere con loro per approfondire i problemi della humanitas, cioè dell’uomo, e di DIO.

Cosa vuoi conoscere” – chiede la Ragione ad Agostino -, questi le risponde: Dio e l’uomo. Nulla più” (Solil. I, 2, 79.

Questa tradizione culturale  è continuata nel tempo. Nella prima metà del secolo XX, nel fervore della rinascita del pensiero e della spiritualità agostiniana, si è riproposta con forza, grazie alla solerzia e l’impegno di Padre Stanislao Bellandi, uomo di cultura e di grande umanità, vero agostiniano, sia con il suo “Bollettino storico”, sia con l’impegnativo programma della traduzione delle opere di Sant’Agostino, la “Biblioteca Agostiniana”, da cui ha tratto il nome la Nuova Biblioteca Agostiniana (N. B. A.), che, con l’Editrice Città Nuova di Roma, ha tradotto, in edizione bilingue latino-italiano, l’intera opera Agostiniana. Oggi, sempre in edizione bilingue, la si può trovare nel sito Internet (www.augustinus.it), per la gioia dei cultori e degli studiosi del pensiero di Sant’Agostino.

Ultimamente, la tradizione è continuata con i Convegni di Firenze, organizzati con accuratezza per i temi scelti e per i professori che vi hanno preso parte, dal colto religioso, confratello, amico, P. Igino Ciolini. Di questi Convegni sono stati pubblicati gli Atti dall’Editrice “Augustinus” di Palermo, purtroppo, oggi chiusa. Comunque i testi degli Atti rimasti, sono  presso il Convento di Santa Rita e Sant’Agostino di Cascia (PG).

Grazie Padri per quest’onore.

Per la svolgimento del tema assegnatomi: “Sono stato crocifisso con Cristo, non sono più il che vivo, ma Cristo che vive in me”, mi proporrei di svolgerli in tre brevi momenti: nel primo delineerei la vita del B. Simone, nel secondo vi proporrei gli scritti soprattutto il De gestis Domini Salvatoris (“Vita di Gesù”), un volume enorme, originale, nel modo in cui l’ha trattata, e ricca di contenuto, nel terzo svolgerei il tema che mi è stato affidato: cioè: la centralità di Cristo nella vita e nelle opere di Simone, e come comunicarlo agli altri (docere Christum del De cathechizzandis rudibus), perché tutti si diventi Cristiformi.

I – LA VITA

Ma ora veniamo al tema che mi è stato affidato:

“Sono stato crocifisso con Cristo, non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me”

1 – Tutti conosciamo questo testo, lo abbiamo letto, ci è stato commentato, lo abbiamo meditato, chissà quante volte, come tante altre pagine del Vangelo di Gesù. Però è mai successo qualcosa nella nostra vita, dopo queste letture e meditazioni?

Come mai? Perché la lettura di quelle pagine non mi hanno messo mai in crisi? Come mai il mio cammino verso la santità e così lento, spesso interrotto, a volte pigro? Dove sta l’entusiasmo della prima professione? Non ho detto a Gesù che mi ero “innamorato” di Lui? Ho mai osservato due innamorati?

Queste domande devono tenerci desti, svegli, dobbiamo riproporcele.

Guardate: il mondo ci guarda, vuole una risposta.

Sono convinto, lo dico a me e me lo dico forte perché sentiate anche voi, dobbiamo riscoprire lo “spirito della Pentecoste”. Lo Spirito Santo trasformò la vigliaccheria degli Apostoli in coraggio e ardimento: leggete i discorsi di Pietro, lo stesso che non ebbe il coraggio di affermare di essere discepolo di Gesù, leggeteli, come ci vengono offerti dagli Atti degli Apostoli e che abbiamo letto proprio questi giorni.

Guardate, il momento è grave, non c’è tempo da perdere.

Chissà che, in questo luogo: La Chiesa di SANTO SPIRITO, non sia il luogo più adatto per sentire la ventata dello Spirito Santo, che infonda coraggio, gioia dell’annuncio della nostra risurrezione!.

C’è chi l’annuncia con la parola, non sono moltissimi; non tutti sanno parlare in pubblico; ma c’è un altro modo di annunciare che sanno fare tutti: la TESTMONIANZA della vita. Non avete avuto il dono di parlare in pubblico, ma avete avuto il dono della vita: vivetela, anzi, viviamola, degnamente, cristianamente, religiosamente. Altro che prediche!

Questo impegno ci viene dall’essere cristiani, dall’appartenenza al Cristo Totale”: Cristo è il Capo, la Chiesa il corpo; e tu sei Chiesa, insieme a tanti altri che non conosci; anzi, a tutti i popoli della terra, perché Gesù Cristo è il “primogenito della creazione”.

(Se si ritiene utile: spiegare l’AMEN eucaristico).

2 – Il capitolo terzo della Lettera ai Galati, si apre con queste parole: “O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu presentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?”

Per Paolo, il Cristo diventa, in qualche modo, il soggetto di tutte le azioni vitali del cristiano. Sebbene ancora nella carne, la vita del cristiano è già spiritualizzata con la fede (cf. Ef. 3, 17) (Cf. Bibbia di Gerusalemme).

C’è una vera e propria sostituzione delle persone: “Io sono Cristo, Cristo è Io”. Paolo ha presentata “al vivo” Cristo Gesù, cioè nella sua propria persona: egli era il Cristo che si presentava nelle sembianze umane ai Galati. La testimonianza dell vita ne era il documento evidente.

3 – Simone Fidati nacque a Cascia verso l’anno 1295, da giovane, studiò le  scienze naturali e la filosofia. Scoprì la sua vocazione all’incirca verso i vent’anni, com’egli ci racconta:

“… portavo sotto braccio un mucchio di libri che studiavo…, quant’ecco incontrai un uomo da tutti ritenuto un santo.

Mi chiese: “Che cosa porti, fratello?” Libri di storia e filosofia”, risposi. E lui: “Non è questa la vera vita. Non è questa la tua vocazione. I veri cristiani devono diventare esperti nella grazia di Dio, non nelle scienze umane”(Cf. De g. Dom. Salvatoris VIII, 40).

Furono sufficienti queste poche parole per convertirlo alle cose di Dio.

Ci chiediamo: Se quel pio religioso che determinò la conversione di Simone dagli studi di scienze naturali e della filosofia aristotelica agli studi della teologia (ad theolica me converti) fu, come si afferma, Angelo Clareno, e questa conversione avvenne prima che il giovane studente entrasse in un Ordine religioso, strano che abbia bussato alle porte dell’Ordine agostiniano e non a quello dell’Ordine francescano, che era l’Ordine del consigliere che tanto profondo cambiamento aveva prodotto nel suo spirito.

Se, come pure si afferma, il B. Simone fu discepolo del Clareno, risulta strano che la sua spiritualità sia stata diversa da quella del pio e battagliero francescano. Da una parte la grande battaglia per la povertà a costo anche dell’ubbidienza, dall’altra la grande battaglia dell’obbedienza per l’unità a costo anche di sacrifici personali. Per ambedue si trattava di raggiungere l’ideale di perfezione religiosa. quello soprattutto d’un ideale superiore di perfezione. Due osservazioni che potranno servire per approfondire e chiarire l’argomento.

Ciò non toglie che tra Simone e il Clareno ci siano stati rapporti di grande rispetto e venerazione per il maestro, poi trasformata in amicizia.

Sappiamo, però; che a Simone piaceva ritirarsi in solitudine. Legatissimo all’Ordine di appartenenza, scelse l’obbedienza, concepito come atto di amore di risposta al “servizio” di carità, cioè all’atto di amore del Superiore che esercita il suo compito con l’amore verso tutti i componenti della comunità (scissuram facere non novi). Non avrebbe mai provocato confusione nella comunità, nonostante fosse un “ribelle”.

La differenza di spiritualità tra i due personaggi, nulla toglie alla santità della loro vita, solo che nel Clareno, la santità ha l’apparenza di essere alquanto esagitata.

Qualcuno dice che il Simone, dopo la morte del Clareno, lo sostituisse nella direzione degli spirituali. Che Simone sia stato “guida spirituale” per quanti volevano vivere l’ideale cristiano, non c’ chi lo neghi.

  • sferza i costumi di Firenze quando occorre,

  • All’amico Corsini con affetto gli dice: “Cerco di essere edificato con te, non edificarmi da solo”.

  • Cosa insegna? L’OBBEDIENZA ai suoi “spirituali”, che sono: I Camaldolesi di Siena e Lucca, i Carmelitani di Firenze, gli Olivetani di S. Miniato in Firenze.

  • Insegna a ritirarsi nel deserto per essere raccolto “dolcemente con se stesso”, sentire il “sussurro dio Dio2 e “contemplare Cristo crocifisso” per me.

Sempre rispettoso, moderato, suasivo. Quindi, proprio nulla a che fare con gli “spirituali” del Clareno, nell’agitata disputa tra “povertà e obbedienza”.

Per la povertà: Fr. Simone ammette l’uso moderato della ricchezza, di cui è amministratore, a favore della comunità, dei poveri, che hanno lo ius naturale nei confronti del “superfluo” dei ricchi. Nega per tutti il diritto di proprietà privata: LEX NECESSITATIS LEGEM PROPRIETATIS EXCLUDIT”. La necessità riduce in comune ciò che è proprio.

Solo Cristo possiede il diritto di proprietà, anche se non ne aveva di che farne.

Il “privatum” è negato a tutti. (cf. il privato e il sociale in Agostino)

Da quanto detto, Fr Simone era amante del silenzio, del deserto, condizione essenziale per la vita ascetico-contemplativa, impegnato a vivere in spirito di profonda umiltà: Non volle diventare Maestro in teologia,  anche se ne aveva tutte le qualità. Solo perché comandato dai Superiori si diede alla predicazione. Fu ottimo,  brillante convincente predicatore.

Esercitò la sua attività soprattutto a Firenze, da essere chiamato “l’apostolo di Firenze”. Le sue prediche convertirono molte persone. Fondò, con il contributo di Firenze, il Monastero di S. Elisabetta, detto anche monastero delle “convertite”.

Morì a Firenze il 2 fe3bbraio 1348.

II – LE OPERE

1 – La prima è l’ Ordine della vita cristiana, rivolta agli “Idioti” delle virtù cristiane. Insegnamento: a) – incomincia con un invito a contemplare Dio nelle cose create. Dio, insieme alle cose, ha dato se stesso. I rallentamenti spirituali sono dovuto ai vizi: il rimedio è l’imitazione di Cristo;

b) –  poi passa a parlare delle virtù teologali: fede, speranza e carità. Vuoi camminare spedito nella via della santità? Devi sapere Cristo Crocifisso. Con l’amore, Gesù insegnò l’UMILTA’. Eccone le parole:

“Cristo ci ha comandato la carità e ci ha insegnato l’umiltà e Cosa necessaria è che il cristiano porti in sé, non solamente nell’anima dentro, ma quanto è possibile secondo il corpo di fuori, la similitudine e la figura di Cristo in sé, però che egli a ciò c’invita”.

La spiritualità della Vita Cristiana è, comunque, incentrata sull’amore.

2 – Le Lettere

 Ne possediamo una quarantina, ma la sua corrispondenza fu fitta con persone che desideravano essere dirette da lui e chiedevano consigli..

Famosa è la lettera scritta alla città di Firenze, dove il beato Simone con chiarezza stigmatizza i costumi corrotti della città. Ebbe relazioni epistolari anche con Madonna Isabella, col discepolo Tommaso Corsini; la lettera con quest’ultimo è una specie di Enchiridion di vita spirituale; termina con un inno alla carità.

In esse si ammira: la moderazione, l’equilibrio, la sapienza.

3 – De gestis Domini Salvatoris. Opera grande, vasta, che rivela l’altezza dell’ingegno e della spiritualità cristologica di cui il Simone era imbevuto. L’opera è scritta in latino scarno, nervoso, ma molto efficace.

È un’esposizione dettagliata della Vita di Gesù.

Dice di non voler parlare di Dogmi, di essi ne parla la Scrittura e la Chiesa, ma di costumi. Di essi Cristo è la guida e cita solo la Scrittura.

Cristo è il centro della sua spiritualità:

  • Egli è il MAESTRO. Con Lui l’eternità è scesa in noi; Egli è la pienezza.

  • Ciò che egli ha vissuto, sofferto è “per esserci di esempio”.

  • Scopo delle virtù cristiane è la CRISTIFORMITAS, che comporta: il rinnegamento di se stesso per immergersi nell’oceano dell’Amore.

  • Poi seguire il Cristus patiens. L’uomo è fatto per Dio non per le creature: è ad Deum, capax Dei: questa è la felicità.

  • L’anima della grazia è “tendere a Dio, per andarvi, c’è un mare da attraversare, a…, attraverso varie tappe (9), arrivare all’esperienza mistica.

Il bonum hominis è adhaerere Deo: unirsi a Dio è fatto secondo la stile personale.

In ultimo, dopo essersi dilungato nel discorso sulle virtù, ritorna all’obbedienza. Virtù principale, riconducendola alla virtù dell’AMORE.

E questo è il proprium di Agostino, quindi, anche del B. Simone.

La preghiera è il mezzo che ci accompagna nel nostro cammino, con a fianco la Vergine Maria, madre della Chiesa, come nostra guida insostituibile che ci porta a Gesù: A Gesù si arriva solo accompagnato da Maria, madre di Cristo e madre nostra.

Il libro si conclude con l’arrivo alla perfecta justizia christiana, che è il “nosse Deum”, fino a giungere all’amicizia con Dio.

3 – Per me vivere à Cristo!

Questa è l’ultima parte della nostra conversazione, ed è la parte più importante perché riguarda la nostra vita, come testimonianza.

Le espressioni: “Cristiforme”, “formare Cristo nel cuore dei fedeli”, quindi “docere Christum”, vogliono dire tutte la stessa cosa:

“Per me vivere è Cristo”.

A – San Paolo l’apprese sin dall’inizio: quando alle porte di Damasco, mentre andava a incarcerare i cristiani (Atti 9ss.):

  • una luce abbagliante, lo disarcionò e una voce forte gli disse: “Perché mi perseguiti?”. Paolo perseguitava i cristiani, non Cristo. Quale il senso di quella frase?

  • Quella frase condizionò tutto l’apostolato di Paolo.

  • Cristo si nasconde in ciascuno dei fratelli.

  • La passione per Cristo si muta in passione dei fratelli, i fratelli sono Cristo, sono la Chiesa, per la quale, Paolo è pronto a dare la vita.

  1. – Agostino inventò la formula Cristo totale, Simone non ha questa formula, ma ne conosce lo spirito. Per questo motivo è impegnato a “FORMARE CRISTO NEL CUORE DEI FEDELI”.

  2. La predicazione della Parola di Dio, fatta con passione; dimostra la partecipazione del Nostro, il coinvolgimento, che si manifesta nella viva TESTIMONIANZA.

B – La vita cristiana è “una perfetta imitazione di Cristo”, Cristo-Uomo.

1 – Lo scopo della sua predicazione era: mettere in relazione il comportamento del cristiano con quello di Gesù Cristo,. Per con-formarlo a Lui e imitarne la vita (cf. De g. Dom Salv.  Prologo, dell’Ordine della vita cristiana, ed. Mattioli, “Antologia agostiniana”, II, 125.).

Ma non tutte le azioni di Cristo sono imitabili. In Lui ci sono due nature: una nella “forma servi”, l’altra nella “forma Dei” (De g. Dom Salv. I, 30,1: volume. pagina. colonna.). Imitiamo le azioni dell’uomo Gesù. Ammiriamo quelle di Cristo, tenendo presente, però, che: solo imitare le azioni di Gesù uomo è cosa molto ardua, anche se Egli ci ha detto: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”.

Da uomo. Gesù, per esempio, non ha mai pronunziato un atto di dolore: Chi può imitarlo? Di Lui ci sono cose che basta sapere, altre in altre in parte  sapere e imitare. Soprattutto di Lui dobbiamo imitare l’umiltà e la povertà.

2 – L’Umanità di Gesù. Per Simone, riflettere su l’umanità di Cristo, era stupore ed esaltazione. Perché? A Simone non piacciono le divisioni: l’uomo, come in Agostino, non è solo “intelletto”, né solo “amore, cuore”, ma è l’uno e l’altro. Infatti la “commozione amorosa” metteva in movimento tutta la persona: allo: “contempliamolo con grande amore e diligenza onde l’anima si riscaldi d’affetto, si rattristi…, vedendolo, come l’ultimo dei mortali in uno squallido deserto: era uomo anche Lui” (De g. Dom. Salv. I, 176, 11.).

Lo scopo di questa visione del Cristo  era quella agostiniana (De cathechizzandis rudibus) del movere animum, cioè muovere, agitare il cuore.

Il punto di riferimento della contemplazione era la “Croce”, che è a) il mistico serpente che, guardandolo, guarisce” ( De g. Dom. Salv. I, 477, 1); b) il punto focale della contemplazione amorosa (et fiamus saltem in amore, vehementia cordiformes).(De g. Dom. Salv. II, 432, 2).

3 – In questa azione contemplativa, due sono gli elementi che intervengono: la mente e il cuore. Essere affascinati dalla contemplazione non significa subirne il fascino, come se fosse un’azione passiva il goderne, me muoversi verso di Lui, avvicinarsi a Lui, toccarlo. Il Simone porta esempi evangelici: l’emorroissa (Mc 5, 25ss) e il centurione romano (Cf. Mt 8, 5ss). La prima dice: Mi basta toccare il lembo del suo mantello…, come? Con la fede, con l’amore. Così anche il centurione: Miles videns intellectus inquirens; miles rediens, affectus deligens. Il soldato che ricerca la verità, animata dalla fede; il soltato che  ritorna con l’affetto che ama” (De g. Dom.Salv. I, 151, 2.).

Così deve essere per ogni cristiano.

4 – C’è un “cammino ascensionale” da percorrere per meglio “configurarsi a Cristo” , che qui non descriverò, è una salita di nove gradini; dive dare solo delle indicazioni.

Il cristiano è invitato a seguire Gesù “dov’Egli vada”, cioè salire il monte, attraverso una via scabrosa. S’incomincia con la vittoria sui bassi istinti (1), poi l’anima acquista padronanza di sé (2), disprezzo dei beni (3), essere illuminati (4), per arrivare all’impassibilità dello spirito (5), poi c’è l’intelligenza pronta della Parola (6), studio della salvezza dell’altro –ò apostolato (7),, purificazione totale della vita (8), l’ultimo è il grado della Sapienza che il Simone ritiene tanto alto addirittura da da non riuscirne a parlare.

Il cristiano deve fare “esperienza di Cristo”; Cristo, insomma, lo si ama con tutto l’uomo: non solo con l’anima, non solo con il corpo, ma con l’anima e il corpo insieme (Expedit omnit6no,. Anima et corpore fieri christiformes; nam et ipse… factus est oviformi (De g. Dom. Salv. I, 202, 1).

Allora, dobbiamo prima salire, come Gesù, solo allora saliremo godremo della gloria.

Gesù salì  sulla croce , “nudo”,, la stessa cosa dobbiamo fare noi, e, spogli, distenderci sulla croce. Egli è diventato homiforme perché l’uomo diventasse cristi forme.

Non basta, poi, contemplare, è necessario imitare; Cristo è la via, la verità e la vita: la via “sperando per premium”, però il premio non si gode se prima l’uomo non si comporta bene nella vita (agenda per mores). Il premio segue i costumi e c’è solo per chi si sforza di vivere da cristiano, teso a prendere la “forma” di Cristo (Cristiforme), cioè “conformarsi” a Lui, vivere di Lui, vivere con Lui, vivere per Lui.

Conclusione.

La società ha bisogno di “modelli”, di “testimoni”, esempi da imitare. Sant’Agostino, parlando ai neofiti della sua diocesi la mattina di Pasqua, disse:

“E non dite dentro di voi: dove ne troveremo  di tali? Siate tali e ne troverete Ogni simile si attacca al suo simile. Se vivrai da malvagio, non ti si accosterà se non il malvagio. Comincia a vivere bene, e vedrai quanti compagni ti circonderanno, di quanti fratelli ti potrai compiacere. E ne peggiore dei casi non ne trovi da imitare? Sii tale che altri ti possano imitare” (Discorso 228, 2).

Parlare degli altri, della società, è molto più facile che parlare di se stessi, specialmente quando c’è di mezzo la critica: la colpa è della società, i politici sono tutti corrotti, nel Governo è tutto un ladrocinio, e tante altre cose…Queste diatribe sono per gli altri. E TU? È mai possibile che intorno a me, tutto è melma, solo io non ne sono sporcato? Anziché trovare parole per demolire, perché non ci ingegniamo a trovare parole per costruire?

Allora, riprendiamo le parole di Agostino: Sono proprio appropriate per noi, sono dette nel periodo di Pasqua e la società esige da tutti un maggiore impegno umano e, per noi, cristiano.

“Ora sappiamo quel che dobbiamo fare, preghiamo perché lo possiamo” (S. Agostino).

Francesco Santi (frsanti@conmet.it)
Università di Cassino e del Lazio Meridionale

Clausura ed eremo. Chiara da Montefalco, Simone Fidati da Cascia e le nuove forme di vita religiosa (Secolo XIII-XIV).

Appunti per lezione tenuta a Firenze, nella sala capitolare del convento dello Spirito Santo, Sabato, 28 Aprile alle ore 11.

I. Crisi della Chiesa e soluzione mistica

1. Tra la fine del secolo XIII e l’inizio del secolo XIV, la cristianità vive una delle sue crisi più profonde e tali da coinvolgere tutto il popolo cristiano. Le forme della vita religiosa lungo tutto il secolo si erano articolate per coinvolgere sempre di più il laicato e la vita spirituale si era espressa in molti diversi modi. Questa condizione, che coinvolgeva laici e religiosi, aveva avuto una straordinaria manifestazione nel Giubileo del 1300. Nello stesso tempo, e precipitosamente dopo quella data, eventi contraddittori e conflittuali avevano attraversato la vita della Chiesa. Gli ultimi anni del pontificato di Bonifacio VIII; il primo pontificato avignonese con Clemente V, segnato da un’attività inquisitoriale spregiudicata; il pontificato di Giovanni XXII, nel quale si spengevano le aspettative o gli equivoci della tradizione legata al nome di Francesco: sono tra i pontificati più problematici della storia della Chiesa.

2. Alla crisi dell’istituto ecclesiastico corrispondeva una crisi politica, nel conflitto tra i nascenti stati nazionali e tra essi e l’Impero, governato da Ludovico il Bavaro, con l’opposizione papale, tra 1327 e 1347. Contemporaneamente si verifica anche una crisi intellettuale, per la quale le forme di conoscenza si articoleranno sempre più in straordinari formalismi, che corrispondono ad una minor fiducia nella capacità della ragione di cogliere un ordine nel mondo. Si elaborano dunque sistemi descrittivi sempre più elaborati, senza riuscire a legittimare più alcun ordine capace di superare l’esperienza.

3. Gregorio Magno definisce la profezia carmen in nocte; il profeta vede il giudizio di Dio nella storia, anche in quella che pare più dura e dolorosa, e ogni atto divino ha in sé una luce, un elemento di positività. Nelle crisi vi è sempre un germe di novità. Se sul piano intellettuale la novità è il nascente umanesimo e il nuovo tipo di razionalità che propone; sul piano spirituale (prima della nascita dell’umanesimo), la novità la troviamo studiando la mistica. Quella che è stata chiamata “invasione mistica” non è una parte del problema è una parte della soluzione. Nei momenti di crisi la mistica apre al futuro, orienta nella tempesta. Vorrei, uscendo dalla metafora, dare concretezza a questo punto. Mi pare che per il cristianesimo la mistica sia tutto: sapete bene infatti che al centro del cristianesimo non è la fede in Dio, ma la fede in un Dio che si è fatto uomo perché l’uomo divenisse Dio: a questa esperienza di deificazione si affidano i cristiani; nella storia essa ha il suo riferimento nella Scrittura e nell’Eucaristia, nell’uomo-Dio, nella sua resurrezione e nella sua attuale presenza nella storia. La condizione mistica consente ai cristiani di tenere la testa al di sopra delle tempeste: l’essere partecipi alla natura divina consente all’uomo di credere che il proprio essere non si esaurisce nella storia e nella natura, che le condizioni della propria vita non sono solo storiche e naturali: chi somiglia a Dio diviene capace di porre nel presente le condizioni del proprio esistere, di essere – come Dio – causa sui (per grazie e non per natura). La mistica è la sola scienza che insegna all’uomo la possibilità della sua libertà. La libertà è importante sempre per l’uomo (perché gli consente di credere che gli amori che sperimenta sono amori liberi veri e decisivi, da riferire a colui che fonda la sua libertà), ma è particolarmente importante quando tutto sembra segnato dalla sfiducia e dal tradimento.

II. L’Ordine degli eremitani, la crisi e la mistica di Chiara da Montefalco e Simone Fidati da Cascia.

4. Come la Chiesa anche l’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino vive alla fine del XIII e nel XIV nella tempesta. Le problematiche dell’Ordine possono essere riferite alle sue origini: essendo nato da comunità eremitiche diverse, con consuetudini e riferimenti spirituali diversi, esso trova con difficoltà un equilibrio che li valorizzi tutti e un riferimento spirituale comune. Nel 1244 Innocenzo IV aveva promosso l’unione degli eremitaggi di Tuscia e nel 1256, Alessandro IV aveva promosso la Grande Unione; regista di tutta l’operazione era stato il cardinale Riccardo Annibaldi, tra 1237 e 1276. La verifica delle difficoltà che l’unione di diverse comunità comportava si ha nell’incapacità dell’Ordine di avere un suo santo di riferimento. Vincente ma non decisiva è la leggenda di Agostino come fondatore dell’Ordine, diffusa con tanta insistenza da Enrico di Friemar: vincente perché in effetti l’Ordine riceverà da Giovanni XXII il compito della custodia del corpo di Agostino a Pavia, ma non decisiva perché la larghezza della fisionomia spirituale di Agostino impediva di farne un modello specifico. La vicenda drammatica della fallita canonizzazione di Nicola da Tolentino è d’altra parte testimonianza evidente di una rinnovata difficoltà nei rapporti con la Sede apostolica, imprevista nella sua gravità.

5. Anche nell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino, i mistici indicano una strada. Chiara da Montefalco e Simone Fidati da Cascia furono due mistici che all’interno dell’Ordine e nella linea dell’ispirazione agostiniana mostrarono la via di uscita dalla crisi del loro tempo. Chiara fu tardivamente canonizzata (8 dicembre 1881); tardivamente fu anche riconosciuto il culto ab immemorabili tempore rivolto a Simone (nel 1833), tuttavia entrambi furono maestri nel loro Ordine e nel laicato cristiano che ad esso si riferiva.

III. Vite parallele di Chiara e Simone

6. Tra Chiara da Montefalco e Simone Fidati non vi è un rapporto storico diretto. Chiara che vive tra 1268 e 1308 non ha potuto avere contatti né ha potuto influenzare Simone, che vive tra 1295 e 1348; eppure – come a mostrato padre W. Eckermann, in un saggio del 2008 – essi vivono la stessa problematica spirituale e storica e sono trasformati dallo Spirito in una forma che ha alcune analogie significative.

7. Noi conosciamo Chiara dai resoconti che ci vengono dalla Vita (BHL 1818) che le dedicò Berengario di Donadio, originario di Sant’Affrique (nell’attuale dipartimento di Aveyron) e su un insieme documentario piuttosto ricco, legato prima al processo di canonizzazione diocesano e poi al successivo processo di canonizzazione apostolico, aperto dal papa Giovanni XXII, con la bolla Magna nobis exultationis del 25 ottobre del 1317. Conosciamo Simone dalla biografia che gli dedica il suo discepolo Giovanni da Salerno e soprattutto dai suoi scritti, in particolare dall’Epistolario, dall’Ordine della vita cristiana, dal De gestis Domini Salvatoris. La fortuna di Chiara è rappresentata nella vicenda della sua canonizzazione: essa è protagonista di uno dei processi più importanti del suo tempo, con una quantità straordinaria di deposizioni, con una quantità sterminata di discussioni sulla sua esperienza, sulla condizione del suo corpo dopo la morte. La fortuna degli scritti di Simone a sua volta fu grande: essa è documentata nel proliferare dei manoscritti diffusi in Italia e anche in tutta Europa (singolare è ad esempio la fortuna in Slesia del De gestis), come poi nelle ripetute edizioni: il De gestis fu stampato sei volte tra 1485 e 1540 e la prima edizione dell’ Ordine della vita cristiana è del 1521: l’Ordine coinvolge lettori semplici e desiderosi di una guida spirituale, indicando loro un modo di seguire il Cristo nel tempo; il lettori del De gestis hanno bisogno di comprendere il senso profondo di questa possibilità, in una teologia biblica, in polemica con la Scolastica di Giovanni Duns Scoto e di Guglielmo d’Ockham.

8. I nostri due eroi hanno di fronte, entrambi, gli straordinari problemi storici del loro tempo. Chiara è aperta oppositrice di Bonifacio VIII, sostenitrice dei Colonna e in rapporto con il mondo ghibellino, ad esempio nella persona del cardinal Niccolò da Prato, domenicano e vescovo di Spoleto. Evidente è infatti il suo coinvolgimento nell’esperienza dei cardinali Pietro e Giacomo Colonna. Contro di essi la lotta di Bonifacio VIII era divenuta aperta e durissima dal 10 maggio del 1297, il giorno della promulgazione della bolla con la quale il papa li scomunica, privandoli dei loro beni e dichiarandoli scismatici e nemici della Chiesa; dopo una breve tregua dell’ottobre del 1297 (con l’umiliazione dei cardinali a Rieti e il loro soggiorno obbligato a Tivoli), nel giugno dl 1299 i Colonna fuggono e vivono per circa dieci anni latitanti, probabilmente rifugiati in Umbria: ogni loro contatto ha un grande significato politico e non sono sottovalutabili i ripetuti riferimenti a loro nella Vita di Berengario: Chiara avrebbe profetizzato la loro deposizione e sono con loro i cardinali che si recano da lei per consiglio. Sappiamo della devozione di Pietro Colonna, (egli vorrà addirittura essere oblato del monastero), mentre Giacomo Colonna donerà alcune preziose reliquie a Chiara, in segno di amicizia e di stima. Questa amicizia e questa devozione non passarono inosservate tanto che il notaio Stefano di Montefalco minacciò di denunciare la santa per il fatto di aver avuto rapporti con i Colonna anche dopo che questi erano incorsi in una scomunica del papa. E ancora la si accuserà di violare una decretale di Bonifacio VIII, per aver accettato in monastero suore povere e quindi prive di dote. Il legame con Chiara da parte di Pietro Colonna ha anche un riflesso istituzionale: egli è nominato da Celestino V protettore degli Agostiniani (nel 1293) e questo giustificherà contatti sempre più intensi: dopo la crisi bonifaciana (quando il papa assunse personalmente quel ruolo) Pietro sarà poi confermato nel protettorato degli Agostiniani da Clemente V e avrà con Chiara anche scambi epistolari.

9. Per darci la dimensione politica di Chiara al rapporto con i Colonna si deve aggiungere quello con il cardinale Napoleone Orsini e con il cardinale Niccolò da Prato, vescovo di Spoleto proprio negli anni 1299-1303, che pure era stato affascinato dalla vita spirituale di Chiara: tutti questi personaggi sono a vario titolo legati alla reazione al papato di Bonifacio: essi guideranno in conclave il partito che infine creerà papa Clemente V nel 1305 a Perugia; un conclave del quale Chiara stessa ci parla, preconizzando come inutili gli sforzi elettorali di un malvagio prelato (Giacomo vescovo di Sutri e allora vicario di Roma) e rendendo così esplicita la sua preferenza per Bertrand de Got, il futuro papa (a cui invano Giacomo di Sutri si sarebbe opposto). Giacomo Colonna e Napoleone Orsini poterono esaminare a Roma nel 1308 le reliquie del cuore di Chiara: del loro coinvolgimento nella promozione della sua santità si è bene informati.

10. “Quot sunt qui contra me macchinantur!” esclamò una volta Chiara: sul piano meramente storico, però, quella di Chiara è un’agiografia che si distingue per l’evidenza di conflitti continui in cui ella è coinvolta, conflitti che Berengario descrive con qualche prudenza, ma che certamente non nasconde nel suo racconto e che sono evidenti in alcune testimonianze processuali. Fin dall’inizio della Vita, Berengario dichiara di aver dovuto superare l’opposizione di alcuni, che non avrebbero voluto il suo impegno nella promozione della conoscenza di Chiara, e in tutto il testo si osservano situazioni di tensioni, nelle quali Chiara è direttamente o indirettamente coinvolta, fino a portarla a dichiarare di essere vittima di macchinazioni. Saprà in visione di qualcuno che vuole ucciderla ed è perfettamente consapevole che contro di lei e il suo monastero “plurima illicite macchinata fuerunt” da altri frati.

11. Simone è amico di Angelo Clareno e si trova in opposizione alla politica del papa Giovanni XXII, tanto che – in modo del tutto improprio ma significativo – Simone è stato addirittura indicato come il capo degli Spirituali, dopo l’uscita di scena di Angelo Clareno.

12. Simone e Chiara vivono drammaticamente un’esperienza politica, senza negare l’obbedienza al loro Ordine e la consapevolezza del significato della tradizione apostolica. Sempre pronti al silenzio e alla rinuncia, nella consapevolezza – per dirla con le parole di Simone – che “è Dio che riforma la Chiesa, quando vuole, e certo non vuole che le porte degli inferi prevalgano”. Simone scrive anche nell’Epistola 10: “Scissuram facere non novi: nihil tantum horresco, sicut etiam sub specie boni ab oboedientia Ordinis separari”.

13. Sia Chiara sia Simone hanno un importante riferimento nella tradizione francescana e nel tema della chrtistiformitas, realizzata nella povertà e nell’umiltà, ma anche nell’obbedienza, nel nascondimento e nella disponibilità. Questa cristificazione è per loro decisiva; essi sono però anche di fronte al fallimento della esperienza francescana, nelle inesauribili liti e nella difficoltà ad esprimersi nella Chiesa.

IV. Due simboli mistici innovatori: clausura e eremo urbano.

14. La novità che Chiara e Simone offrono alla Chiesa universale sono due simboli mistici nuovi, che ci sembreranno all’inizio diversi tra loro ma che hanno canali sotterranei di comunicazione. L’invenzione mistica di Chiara è la clausura; l’invenzione mistica di Simone è l’eremitismo in città. Non che l’una e l’altra esperienza (eremitismo urbano e clausura femminile) non avessero una loro storia, ma in Chiara e in Simone le due condizioni acquistano una piena consapevolezza: sono due modi per rappresentare, per raccontare la loro trasformazione in Dio, il loro modo di godere di una libertà assoluta, che supera le contraddizioni della storia e che li pone al timone della storia.

15. La clausura sembra in contrasto con la militanza politica che trapela da tanti punti della Vita che Berengario ha dedicato a Chiara; e l’eremo di Simone – con tanto di riferimenti alla tradizione più antica, di Giovanni Climaco, per esempio – sembra molto strano, dal momento che propone di vivere fuori del mondo a uomini che in un modo o nell’altro, laici o religiosi, devono avere a che fare con il mondo, immersi nella vita urbana, posti dunque – per usare parole di Simone – in isto tremendo certamine (Ep. 15). Vorrei soffermarmi sulle due esperienze per chiarirne qualche elemento e per poi coglierne i punti in comune.

 V. Il significato della clausura in Chiara

16. All’inizio Francesco: umiltà/povertà/esempio di Cristo. A Francesco d’Assisi Chiara è certo devota. È chiaro che tutta l’esperienza spirituale e religiosa legata al laicato, che mantiene un riferimento alla Chiesa cattolica, è interpellata dal precedente di Francesco d’Assisi: negarlo sarebbe come negare l’evidenza. Dobbiamo però chiederci quale leggibilità potesse avere in quel momento il messaggio di Francesco. Riflettiamo sul fatto che proprio negli stessi anni della maturità di Chiara una terziaria francescana come Angela da Foligno poteva dire di “aver superato Francesco”, al quale per altro si mostra assai legata. L’esperienza di Angela non è lontana da quella di Chiara da Montefalco (neanche storicamente, visto il forte legame di Angela al convento in cui sarà poi lettore il fratello di Chiara). L’immagine di Francesco era stata coperta dal rumore di agiografi contrastanti e nella cultura teologica dell’Ordine dei Minori l’interpretazione volontarista sembrava prevalere: nell’immagine più diffusa del francescanesimo i temi della passione e della povertà, sembravano superare quelli della Trinità e della libertà. Questo aveva creato una situazione teologica, che è stata rappresentata come il tradimento di Francesco: Francesco non aveva mai negato un ruolo alla natura, alla persona e alla Chiesa nella storia della grazia, non era mai stato gnostico. Chiara riflette sull’insegnamento di Francesco e si rivolge a lui nella preghiera, ma la cultura teologica dei suoi anni pone domande nuove che generano in lei una sensibilità nuova. In questa condizione Chiara “fa progredire l’immagine di Francesco”.

17. Connessione della tradizione di Francesco con temi Agostiniani. Il riferimento a Francesco permane, ma diviene decisivo il ricorso anche ad altre risorse dottrinali e spirituali, tra le quali Agostino è in primo piano, per porre con chiarezza il tema del rapporto tra natura e grazia. Certo Dio è l’Altissimo che si è fatto umile: l‘umiltà divina salva l’uomo; l’uomo non può mettere niente di suo per la sua salvezza, ossia può mettere solo il suo niente, ma questo niente ha un contenuto esistenziale e teologico: è il suo dolor, a cui viene incontro il dolore del Dio che offre il suo ingresso nel niente per gli uomini; nell’uomo è il dramma stesso della sua passività, assunta coscientemente non come giustificazione all’arbitrio; in Dio è il dono dell’amore perfetto, che porta in sé una nuova legge.

18. L’Agostino che Chiara conosce è quello che ha segnato tutta la cultura medievale, ma si intravedono anche i segni del rinnovato interesse che caratterizza il secolo XIV, proiettato alla scoperta psicologica della persona e della vita religiosa. Ritroviamo in Chiara, l’Agostino che riconosce nell’uomo il peccato, ma nel riconoscimento del peccato, del nulla nell’uomo, si scopre che quella passività può trasformarsi e aprirsi alla grazia; si riconosce che questo niente dell’uomo è profondo e articolato, come una sorta di labirinto, di grande palazzo che resta nel buio fin tanto che la Grazia non lo illumina. La croce e la Trinità si raccolgono così nel cuore dell’uomo, riempito di passione e di luce, in una pienezza personale di cui Chiara è perfettamente cosciente.

19. La sovranità dell’amore divino non toglie ogni spazio alla creatura, non ne diminuisce la dimensione e la complessità. Chiara cerca un segno che riferisca il nulla dell’uomo a Dio, che consenta un’apertura a Dio. Cerca una situazione che rappresenti questo grande spazio vuoto che è il suo cuore prima di conoscere Dio e questo spazio è la clausura. L’umiltà sarà dunque fondamentale nel suo discorso, ma il suo simbolo diviene la clausura, simbolo dell’affidamento alla volontà divina, segno più importante della stessa povertà, luogo del labor corporis che diviene duttile alla grazia.

20. L’introduzione della clausura stretta nell’esperienza regolare femminile matura durante tutto il secolo XIII e in parte del secolo precedente, e non si vuole certo diminuire il ruolo che in questa storia ebbero le comunità Cisterciensi e dei Predicatori: in questi ambienti si vive una clausura spesso severa, anche se non si escludono del tutto né l’ingresso di estranei nel monastero per ragioni di servizio, né l’uscita delle suore (soprattutto della priora) per compiti istituzionali. Si pensi che a Prouille, il monastero simbolo del monachesimo femminile domenicano, solo nel 1294 fu costruito un muro di pietra che circondava il monastero senza interruzione e solo allora vi si fece giungere un corso d’acqua. Non sono neanche le Clarisse ad amare la clausura per sé stessa. Esse potevano anzi vedere nella clausura solo una necessità e anche un limite rispetto al desiderio di povertà e di mendicità. Il privilegio della povertà è il simbolo del mondo francescano, anche femminile, come l’evangelizzazione e lo studio dominano la prospettiva dei Predicatori. Per tutto il monachesimo femminile del secolo XIII, la clausura resta dunque soprattutto una forma di protezione, piuttosto che un compito specifico e una necessità spirituale.

21. Chiara da Montefalco, che si mostra invece pienamente coinvolta nel tema del nascondimento della vita, fin dalla prima giovinezza e poi sempre di più, appare la prima vera claustrale della storia cristiana. La clausura nella forma così detta perfetta, sancita da Bonifacio VIII, infatti, non era stata vissuta mai prima che da lei (pur così antibonifaciana) con tanta adesione. Chiara ama questa condizione, che nella sua perfetta radicalità è nuova per tutta la tradizione cristiana: nella clausura l’usus di qualsiasi bene diviene assolutamente pauper, per usare un termine divenuto caro all’ultimo Ubertino da Casale. La clausura come la vive Chiara è all’incrocio tra l’esperienza di Francesco e il ricordo dell’insegnamento di Agostino e ha rapporto con una visione nuova della psicologia della persona che può trovare in sé città sconfinate da abitare con Dio. Essa diviene una forma di eremitismo; un eremitismo dotato di una densità psicologica mai conosciuta nella tradizione precedente. In questo senso, se giuridicamente è Bonifacio a introdurre la clausura perfetta nella Chiesa, il suo significato spirituale è segnato da donne, come Chiara, e ciò avviene paradossalmente in antagonismo a lui stesso, tanto che la clausura diviene lo spazio dell’esperienza visionaria e di una lotta profetica: qui le donne rileggono la novità di Francesco con l’aiuto della rinnovata meditazione agostiniana; dando all’umiltà e all’obbedienza claustrale il peso della povertà, rivelano l’efficacia della loro innovazione nella consolazione visionaria.

22. In questo senso esse hanno certo un riferimento a Agostino, alla sua psicologia (capace di cogliere le sfumature dell’animo e di mostrare la vera povertà anche di chi infine deve accettare per ubbidienza una proprietà) e alla sua teologia della Grazia, facendo dell’umiltà il simbolo del niente che l’uomo mette per la sua salvezza. La clausura corrisponde ad una trasformazione della psiche dell’uomo, conscia di essere uno spazio e uno spazio divinizzabile: da qui la dimensione largamente visionaria di Chiara. La dimensione mistica si compone ora in Chiara da Montefalco con quella profetica. Colei che vive nella visione della Trinità e che è grande antagonista di Bonifacio (come anche delle derive della teologia del suo secolo), cerca una via per la quale la Chiesa possa esprimere il destino dell’uomo, in terra e in cielo. Nella clausura Chiara è sola per Dio, ma in essa fonda quella libertà che le permette un efficace amore per il suo tempo. Chiara trova nella clausura una possibilità: la clausura le consente un’azione storica senza esercitare un potere, instaurando relazioni senza che la sua identità appaia e si affermi. La sua condizione non è più semplicemente monastica: proprio per la forza dell’impegno storico che la profezia comporta, la sua clausura (piena di visioni e di conflitti) ha continuità con la condizione beghinale e quindi con la spiritualità laica da cui era partita. Hanno così un significato chiave nella Vita composta da Berengario, gli episodi che narrano come Chiara guidasse la sua gente senza essere riconosciuta e come potesse comunicare senza conoscere la lingua dei suoi interlocutori (evocando il miracolo della Pentecoste): Chiara guida la storia quasi senza che la storia la conosca, come definitivamente nascosta nel suo mantello.

23. In base a questa esperienza Chiara è docens: è maestra di storia perché vivere la storia come la vive Cristo consente di comprenderne il significato. Consente di essere maestri anonimi ed efficaci, senza partecipare alla vanagloria e senza sbagliare nei giudizi. Superando la Bibbia pur senza contraddire la Bibbia. Chiara ha una vivacità intellettuale che la Vita di Berengario ribadisce più volte; è docens: le sue sono verba subtilia72 e le sue visioni sono una schola mirabilis e i suoi sermoni sono densi di dottrina: molti libri si sarebbe potuto trarre dalle sue parole, la cui claritas avrebbe fatto invidia ai sapienti73. I teologi vengono a visitarla per porle domande e le sue risposte paiono venire da una scienza divinamente infusa74 Anche a lei, come ad altre mistiche del suo tempo, la Bibbia pare non bastare più e la sua capacità visionaria la rende capace di confondere l’errore degli eretici, che magari credono malamente di trovare un appiglio nella Bibbia stessa75.

24. Chiara e tutte le sue consorelle vedono e rivivono episodi della vita di Cristo. Chiara spicca nel gruppo, che si raccoglie attorno al reclusorio di Giovanna, per la intensa attività visionaria. Si deve notare però che l’attività visionaria così caratteristica della Vita di Berengario non riguarda solo Chiara; la sua santità crea una situazione propizia alla visione: visionario è Berengario stesso, che sin dall’inizio racconta una prima sua visione dalla quale è incoraggiato ad occuparsi di Chiara promuovendone la conoscenza; visionario è il frate che ne dice la messa funebre; attraverso visioni altre sante religiose partecipano e conoscono la santità di Chiara: intorno a lei fiorisce una vera e propria rete visionaria, che coinvolge molte donne.

VI. Il significato dell’eremo di Simone

25. Il linguaggio eremitico di Simone può sembrare tradizionale, ma in realtà il suo fondamento è del tutto diverso. La sua assimilazione del francescanesimo lo porta a simpatizzare per la povertà, ma soprattutto egli cerca di comprendere che cosa sia la povertà di Cristo. Questa meditazione lo porta a superare le discussioni procedurali sull’usus pauper, comprendendo che la povertà è tale solo come esito di un’esperienza mistica. comprendendo che non si può vincere una battaglia politica sulla povertà cristiana. In questo senso l’Epistolario è significativo, anche nella rinuncia a posizioni intransigenti sulla povertà religiosa. Francesco abbraccia il lebbroso non perché vuole sottoporsi a una patica ascetica, o semplicemente perché assume un comportamento buono. Lo abbraccia perché trasformato comprende che il lebbroso è buono e bello. Simone cerca di comprendere quale sia il fondamento dell’esperienza di Francesco, non semplicemente di imitarne i comportamenti.

26. Per comprendere l’intuizione di Simone partirei dall’ultimo capitolo dell’Ordine della vita cristiana: qui si spiega che la storia dell’uomo è contrassegnata da due alberi: quello del Paradiso Terrestre (ovvero l’albero della disubbidienza) e quello del Calvario (ovvero la croce dell’ubbidienza). L’ubbidienza di Cristo è al Padre e questa obbedienza fa sì che la sua umanità sia una fioritura dello Spirito emesso dal Padre e da quel fiore di nuovo lo Spirito è emesso.

27. Il suo eremitismo si ispira all’obbedienza al Padre che porta il Verbo lontano dalla Trinità e lo porta nel niente: il niente è la vita storica: questo fa sì che Cristo sia un solitario che desidera la Trinità, vivendo fra gli uomini.

28. Tutto il IV libro del De gestis è dedicato alla ricostruzione della vita di Cristo e a poco a poco Simone sembra individuare nella solitudine il suo aspetto essenziale. In tutta la descrizione della vita storica di Gesù egli dà maggiore rilievo ai luoghi in cui si evoca che Gesù era appartato e nascosto. Significativo per questo è già il III capitolo, singolare meditazione de occulta vita Iesu, dedicato a spiegare il significato del fatto che nessuno dei vangeli parli dei diciotto anni della giovinezza di Gesù. Per il lettore che via via si abitua ad un Gesù che si nasconde, è poi ovvio il forte tenore del capitolo quinto, De deserto et temptatione Jesu. Qui, oltre ad un’invettiva contro l’abbandono del deserto (deserta sunt facta ab hominibus deserta) troviamo una nuova meditazione dedicata al fatto che nei vangeli resti del tutto non detto il tipo di vita che Gesù condusse nel deserto. Anche qui Simone non si mostra soprattutto interessato al tema delle tentazioni (che è il tema dei sinottici), quanto piuttosto al tema della solitudine. Le cose divengono poi del tutto chiare quando arriviamo ai capitoli XII e XIII, dove ancora una volta Simone contempla Gesù che sale in montem solus orare, egli si lascia qui andare ad una sorte di drammatica epopea della solitudine di Gesù:

Solus erit affectus, qui sibi nihil temporale consociat
Solus qui corporis curam omnino delicatam negavit
Solus cui nulla passibilis assistit affectio
Solus qui omni propinquitati, libellum repudii dedit
Solus, qui hominum visitationem etiam bonorum ascripsit ad damnum
Solus, qui se incomitabilem ex iustis et secretis moribus fecit
Solus: quem mundus suis fulgoribus non irradiat
Solus qui nihil verbo, moribus gesta quod mundus possit diligere
Solus qui ad se nullum amoenis moribus trahit.
Solus qui omnem devitavit implicationis causam.

Simone scopre così il Gesù solo. Gesù è lasciato solo anche da coloro che sono buoni ed è solo nonostante l’infinità dell’amore; è tanto solo da non temere neanche l’inganno dei demoni, perché non ha, né cerca né desidera la consolazione delle visioni spirituali. E’ ontologicamente solo perché nullus ei similis in coelo et in terra. Così il suo Gesù soffre per gli altri. Ama tutti, come nessun altro, ma resta nella sua umanità assolutamente solo; Dio ha posto una somiglianza tra sé e l’uomo, ma resta una dissimiglianza tra l’umanità di Gesù e quella degli altri uomini, una dissimiglianza che rende lui eremita nel mezzo della folla e indica all’uomo un cammino nella storia. Il Gesù di Simone sembra perciò apparire nelle inspiegabili lacune dei vangeli: egli segue la fonte evangelica per meditare su quanto in essa non è detto e per dare a questo non detto un significato teologico. Il Gesù di Simone è il tema teologico delle rappresentazioni care agli Agostiniani del Deposto nel sepolcro; il suo Gesù è quel corpo divino ferito a morte e visto un attimo prima di essere calato nel sepolcro, senza altra presenza intorno: così quando ancora una volta disegna un Gesù predicatore sempre inseguito dalla folla, Simone torna a dire che quel Gesù di continuo cercava il deserto, cercando il suo vero nutrimento, perché nel deserto Dio distribuisce il cibo dell’orazione. Quanto qui possa dare Dio all’anima theocola nessuno lo sa (nemo novit) se non chi lo prova: nel Trecento l’eremita è divenuto urbano: egli trova una solitudine analoga alla sua nel cuore di Gesù, necessario agnello di Dio.

29. “Cum Christo quiescere in deserto terminatio est amoris et ibi (IX gradus) perditur quidquid est humanum, quidquid comprehensibilis rationis, ut nullus possit esse in exterioribus sermo de quo nullus mihi sermo”. L’uomo che segue Gesù nel deserto scopre così in sé una creaturalità ulteriore a quella storica e sociale.

30. La santità di Gesù è eroica nella sua nostalgia di Dio. Gesù è solo e non accolto dai suoi perché proviene e desidera tornare nella Trinità; questo medesimo desiderio di essere nella Trinità conduce nel deserto l’anima dell’uomo santo, ma per essere simili a Gesù questo desiderio di essere in Dio può essere vissuto solamente stando nel niente della storia degli uomini. Simone cerca così di inserire un tema agostiniano in un tempo post agostiniano, dominato dal tema della infinita finitudine, della mistica nella storia, della mistica del Dio perfetto amore perché fattosi uomo: Simone introduce il tema di una rintracciabilità della natura santa nell’uomo che si percepisce diverso dalla storia, cercando il luogo della propria consistenza personale in termini non antropologici ma cosmologici in riferimento alla Trinità che ha generato il mondo. La figura divina che corrisponde al santo che egli narra è dunque singolare: nel tempo in cui l’agostinismo non può né usare il linguaggio della Trinità e né smentire il cristianesimo secolarizzato della cristologia egli cerca di emanciparlo predicando il Gesù che vive la sua pienezza nella generosa e solitaria nostalgia della Trinità.

31. Nel libro successivo a quello dedicato alla vita di Gesù il quinto libro del De gestis (dedicato ai miracoli di Gesù) Simone si sofferma fra l’altro sul miracolo della moltiplicazione dei pani. Esso avviene dopo tre giorni da quando la folla segue Gesù: nella memoria della Trinità avviene il deserto di Gesù, che è lontano dai castella dei filosofi e dalla sapienza del mondo ma è tutt’altro dal deserto storico da cui gli uomini provengono. Ricorrendo alla solitudine di Gesù, vivendo la nostalgia della Trinità, gli uomini troveranno di che nutrirsi, avverrà la moltiplicazione dei sette pani.

VII. Analogie Simone e Chiara

32. Sul piano della teologia mistica Simone vuole insegnare uno stare dentro la storia essendone completamente fuori; Chiara insegna a stare fuori dalla storia essendone assolutamente dentro, comprendendola attraverso la vita di Cristo. Entrambi sanno che le due dimensioni visibilità-invisibilità, del tempo e dell’eterno, devono stare insieme.

33. Un secolo e mezzo prima, Riccardo di San Vittore (ca. 1110-1173), aprendo la stagione mistica dell’Onnipotente nell’umiltà aveva detto che oltre al III grado dell’amore di Dio (quello in cui l’anima è del tutto invasa da Dio e a lui unita completamente), v’era un IV e più alto grado: come il Verbo si era incarnato, così l’uomo unito a Dio si lascia inviare nella storia, in qualsiasi storia. Con Francesco questa dimensione della mistica era stata assolta. Con Simone e Chiara essa viene riproposta, ma essi insistono di più sul fatto che il IV grado della vita mistica deve rimanere unito al III, come avvenne appunto in Cristo, la cui incarnazione non segnò una separazione dal Padre, ma l’unione perfetta e possibile di cielo e terra. Questa unione tra il III e il IV grado già consapevole in Simone e Chiara, sarà dichiarata esplicitamente come necessaria nel Dialogo della divina provvidenza di Caterina da Siena, della quale oggi ci prepariamo volentieri a celebrare la festa, nella sua vigilia.

Firenze, Mercoledì 18 aprile 2012

Il Beato Simone promotore della fede
attraverso l’annuncio del Vangelo

Simon Fidati da Cascia (1295-1348) ha annunciato il Vangelo in diverse forme.
Poco dopo la sua ordinazione sacerdotale fu attivo come predicatore itinerante e divulgò il Vangelo oralmente anche qui a Firenze. Non ci sono stati tramandati né appunti né trascrizioni delle sue prediche di questo periodo. Secondo la testimonianza dei contemporanei le prediche erano suggestive.

Dopo la sua attività come predicatore itinerante Simone visse a Roma. Nella città eterna, sollecitato dal suo amico Tommaso Corsini da Firenze, redasse il suo commento ai Vangeli. Esso fu molto diffuso con il titolo “De gestis domini salvatoris” e in tempi recenti è stato nuovamente pubblicato in edizione critica.

Simone non poté completare l’opera. La concluse l’agostiniano Giovanni da Salerno, suo confratello e compagno nei viaggi di predicazione, il cui lavoro consistette nel raccogliere e mettere insieme, dopo la morte di Simone, le pagine da lui scritte frettolosamente. Suo grande merito è la redazione di una tabella in cui elencò i Libri e i singoli capitoli dei Libri. Essa è molto utile per la consultazione della vasta opera.

Per non darvi un’idea errata dell’opera sia solo precisato che non si tratta di un lavoro esegetico in cui i Vangeli e le lettere apostoliche sono interpretate parola per parola, bensì di un’opera in cui la Sacra Scrittura è spiegata per la vita spirituale dei credenti.
Ed ora vengo al mio tema: il rafforzamento della fede mediante l’annuncio del Vangelo. Lo intendo in questi termini: interrogo l’esposizione di Simone circa i Vangeli per comprendere che cosa egli dice circa la fede e in che modo le sue affermazioni aiutino la fede.

Simone non ha scritto nessun trattato coeso sulla fede. Le sue considerazioni sono disseminate in tutta la sua opera. Nel commento ai Vangeli il discorso circa la fede si trova ovunque. Egli parla del contenuto della fede, dell’artefice della fede, del rapporto fede e opere e della relazione tra fede e annuncio.

Per avere un punto di avvio alle numerose affermazioni sulla fede scelgo una formulazione sintetica circa la fede nel Nuovo Testamento: la si trova in un articolo del Lexikon für Theologie und Kirche 4 (LThK 4) (1995) p. 670. Lì si dice: “la fede designa in tutti gli scritti neotestamentari la risposta precisa e fondamentale degli uomini all’opera salvifica di Dio in Gesù Cristo che è loro annunciata tramite il Vangelo.” (Thomas Söding)

La fede è quindi una risposta dell’uomo. L’uomo risponde al messaggio del Vangelo, della Sacra Scrittura. Simone ha annunciato il Vangelo ed egli dà anche indicazione sul suo modo di intendere la fede.
Inizio con alcuni Chiarimenti circa la fede che si trovano negli scritti di Simone.

La fede come capacità di rispondere all’azione salvifica di Dio noi uomini non la otteniamo per i nostri meriti ma ci è infusa, donata da Dio per la sua bontà.1

Il contenuto della fede è l’azione salvifica di Dio in Gesù Cristo che ci è comunicata per mezzo del Vangelo: lo abbiamo precedentemente ascoltato dall’articolo del Lexikon für Theologie und Kirche (LThK). Simone definisce il contenuto della fede con parole simili. Scrive che la fede abbraccia tutte le azioni di Cristo e la dottrina di Cristo. È l’incarnazione, la nascita, la vita, il comportamento di Cristo, la sua Passione. Questa è la nostra fede, è la fede di Maria Maddalena e degli altri che sono stati salvati o ancora devono essere salvati.2

Anche l’azione della fede é oggetto delle riflessioni di Simone. La fede in Gesù Cristo ha un unico effetto. Da essa proviene la vita virtuosa. Essa giustifica e salva. Simone rimanda a Mt 8, 13: “E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì.”

Per concludere, si faccia ancora riferimento a Gal 3, 22: “[…]; la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede in Gesù Cristo.”

Incoraggiamento della fede attraverso l’annuncio del Vangelo

Dopo aver presentato alcuni pensieri fondamentali di Simone sulla fede mi occupo ora del suo annuncio del Vangelo. Dobbiamo essere consapevoli che esso esiste solo in forma scritta in un libro. La questione è come la promozione della fede si esprima nell’annuncio del Vangelo da parte di Simone.

Inizio con Lc 2, 8-12, con il racconto del Natale.

Simone si chiede chi abbia suscitato la fede nel Figlio di Dio divenuto uomo.
Nel racconto del Natale del Vangelo di Luca (Lc 2, 8-12) sono indicati ai pastori, in occasione dell’annuncio della nascita di Gesù, diversi avvenimenti e segni, magnifici e stupefacenti. Un angelo reca l’annuncio della nascita. La luce avvolge lui e i pastori quali destinatari del messaggio. Come segno di riconoscimento è indicato un bambino che giace in una mangiatoia.
Di fronte a questo scenario Simone si chiese in quale relazione le modalità dell’annuncio stessero con la fede dei pastori. Questi avvenimenti ebbero la forza di destare la fede nel cuore dei pastori?

Oltre che ai genitori di Gesù la notizia della nascita di Cristo fu comunicata per primi ai pastori. Per Simone le conseguenze di questi eventi meravigliosi sono le seguenti: la comunicazione avvenne nel fulgore del Signore che li illuminò (Lc. 2, 9). Il chiarore avvolse del tutto i pastori. Attraversò i loro corpi e il loro cuore. Ma questo evento straordinario non avvenne per trasmettere la fede, bensì per non far sottovalutare la nascita. La nuova nascita del Dio fatto uomo doveva esser resa nota dalla nuova luminosità della notte. Essa era l’indicazione che il mondo doveva essere rinnovato dalle dottrine, dai sacramenti e dai precetti di un re tanto grande da esser nato in questa notte di chiarità. Per mezzo di Lui dovevano essere allontanate dal cuore dell’uomo le tenebre dell’idolatria e tutte le cattiverie. La luce inconsueta doveva indicare l’avvento di qualcosa di Nuovo.3

La Novità piena di gioia era la nascita del Salvatore. Simone presenta la grandezza di questa gioia così: è grande per l’infinita grandezza del nato e la verginità della partoriente, grande per la virtù, per la novità, per la salvezza comune, per l’eterna beatitudine, per l’inconcepibilità.4

L’eccezionale nato fu annunciato dall’angelo affinché fosse cercato e trovato. Ha voluto essere riconosciuto subito dopo la sua nascita, ha voluto esser cercato e trovato da coloro che lo cercavano in semplicità. Affinché sia cercato l’angelo parla dall’alto. Ha dato ai pastori il segno di un bambino avvolto in fasce che giace in una greppia perché egli sia riconosciuto non per l’altezza, non per la divinità, non per la grandezza, bensì per l’umanità e per la condizione di ultimo.5

Simone chiede se l’infanzia, l’esser avvolto in fasce e il giacere in una greppia siano veramente segni compiuti per il Salvatore. Perché l’angelo come segno di un designato così grande non ha dato qualcosa di divino? Simone fa riflettere: l’angelo avrebbe potuto dare al bambino il linguaggio per condurre alla fede.6

Egli rifiuta tuttavia queste considerazioni e giunge all’esito che questi segni non furono dati affinché la fede in questo nuovo nato s’infondesse nei pastori. La sua motivazione è che non ci fosse nessun segno sufficiente per l’infusione della fede. Soltanto Dio può concedere la fede mediante la sua bontà e la sua generosità. Essa non è suscitata per il merito dei destinatari. L’angelo né annunciò la fede né la infuse bensì presentò ciò che per mezzo della fede può esser creduto, sperato e amato. Secondo Simone ciò è testimoniato dal fatto che non furono uomini che cantarono inni di lode al nascosto e sconosciuto nato ma la legione celeste. Essa lo riconobbe e divenne una sola famiglia con gli uomini sulla terra attraverso il canto di lode. La coorte celeste sperava che gli uomini divenissero come in passato suoi concittadini in cielo.7

Conclusione: La fede come capacità di rispondere all’incarnazione credendovi e di riconoscere il Figlio di Dio nel nuovo nato fu donata ai pastori da Dio. Non fu l’annuncio degli angeli ai pastori che suscitò la fede in Cristo Redentore. Fu l’operare di Dio.

La parabola del granello di senape (Mt 13, 31-32)

Nell’interpretazione della parabola del granello di senape (Mt 13, 31-32), Simone evidenzia il significato della fede per la vita nella chiesa: qualunque cosa buona si compia esteriormente nella chiesa deve esser attribuita alla grazia della fede e non alla capacità dell’uomo.8 L’espressione si trova nel passo del seme di senape, il più piccolo di tutti i semi che però cresciuto é più grande delle altre piante e diventa un albero.9

Simone non scorge il punto fondamentale della parabola nei diversi semi ma nelle azioni che sono in relazione con l’albero della fede. Il seme di senape appare tra i granelli piccolo e disprezzabile. Questo giudizio calza anche per la parola della fede. Confrontata con quelle proferite dall’intelletto non rappresenta nulla. La parola della fede poggia sull’autorità mentre le parole che si riferiscono alla natura si basano su ragioni che sono fondate nella natura.

Diverso è il comportamento del seminatore che semina il granello di senape della fede. Non è un uomo comune ma il Dio fatto uomo, Cristo Gesù. Egli prende il granello di senape e lo semina nel cuore dell’uomo. Attraverso invisibili apporti esso cresce e diviene un albero compiuto che porta molti rami. Essi sono, secondo la forma scelta della parabola, i diversi stati e modi di vita. Queste diverse forme possono essere paragonate a uccelli che brancolano nelle vanità di questo mondo senza vie determinate e girovagano senza una sicura dimora. Essi vengono ad abitare all’ombra della fede cristiana e a riposare sfiniti per così dire dai gradi di calore dannosi ed eccessivi.10

L’albero che cresce dal granello di senape ha una radice ma molti rami. Non si tratta tuttavia di una moltiplicazione dell’unità della radice. Altrettanto è per la fede fondata da Cristo. Mediante la parola seminata e disprezzata, è fondata da Cristo nei cuori degli uomini esclusivamente un’unica fede. Questa custodisce l’unità nella salda radice e nella forza intrinseca e cresce attraverso indicibile moltiplicazione. L’albero tende numerosi rami per accogliere tutti coloro che vogliono giungere a lui, così che a nessuno rimane la scusante di essere stato rifiutato. Se qualcuno non viene per riposare, perché un ramo non gli piace, un altro può diventargli abitazione e ombra di suo gradimento.11

Sebbene ci sia esclusivamente una fede dei credenti e un orientamento delle loro azioni, non c’è soltanto un’azione di coloro che vogliono agire rettamente nella fede. Simone lo chiarisce con un riferimento ai nove doni della grazia dell’apostolo Paolo (1 Cor 12, 8-10) che questi cita come opere dello Spirito Santo. Sono i doni di comunicare saggezza, mediare conoscenza, donare forza della fede, guarire le malattie, operare miracoli, parlare profeticamente, la capacità di discernere gli spiriti, di parlare in modi e lingue diverse, il dono di interpretarle. Ci sono tuttavia ancora molte più azioni che si trovano come rami sull’albero della fede e così rimangono nella fede e sono efficaci a partire da essa.

La prima e la più importante è l’osservanza dei comandamenti (1 Cor 7, 19). Su questo ramo si devono stabilire gli uccelli spirituali. Un proprio ramo spetta a causa della prole agli sposati. (1 Cor 7, 1-5). Un altro ramo è riservato a chi vive celibe come ad esempio i membri di un Ordine.12

Nessuno si persuada di non poter abitare sui rami della fede (Mt 13, 32; Mc 4, 32). Di essi ce n’è un numero così grande che può accogliere chiunque secondo la sua capacità di accettazione. La fede non ha niente di angusto nei suoi rami, essa è ampia. Deve essere conservata esclusivamente l’unità nel suo fondamento.13

Conclusione: la fede è seminata nel cuore da Cristo e incrementata dall’agire della sua grazia. Ogni credente ha la possibilità, secondo le sue capacità, di operare in virtù della fede. Egli attinge la forza dal seme che il divino Seminatore ha sparso nel suo cuore.

Fides ex auditu (Rom 10, 17)

Nel Vangelo di Marco (Mc 7, 32-35) si trova la guarigione di un sordomuto. Dal Vangelo conosciamo bene la parola che Gesù disse al sordomuto: “Effatà!” che significa “apriti!”.

Questo sordomuto è condotto a Gesù da una folla, poiché egli non poteva udire l’annuncio di Gesù, per esser da esso reso in grado di andare a Lui. In ciò era ostacolato dalla sua sordità corporale.

Accanto a questa c’è però anche un secondo tipo di sordità che era cagionata dalla scelta personale, la sordità dell’orecchio del cuore. Simone a tal proposito fa riferimento a questo verso del salmo: “Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce” (Sal 81, 12). Non ci si è aperti alla voce di Dio, alla parola di Dio, anzi consapevolmente ci si è chiusi.

Di questi sordi per propria colpa Simone dice che la loro sordità ha per conseguenza che la fede non può giungere dall’udire. Per quanto l’udire della predica, l’annuncio, giochi un grosso ruolo. L’udire agisce attraverso la parola di Dio educando e salvando e conduce all’eterno. Chi si preclude questo procedere, chi si pone come sordo, chi non vuole onorare la parola di Dio nel modo dovuto, si esclude da sé dalla salvezza.14 E’ compito dell’annuncio mantenere aperta la via per la parola di Dio.

Come esempio di consapevole sordità Simone cita i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei. Di loro dice che non hanno voluto udire Cristo che portava parole di vita. Vivevano il mondo presente. Ma le parole della vita eterna sono contrapposte alla vita peritura. Chi invece ama la vita eterna e ne ha gioia perde la sua gioia per il presente.15

Conclusione: In riferimento alla guarigione di sordi e muti che è riportata nel Vangelo, Simone ricorda che è irrinunciabile per l’annuncio della fede che i destinatari del messaggio smettano il loro atteggiamento di rifiuto e si aprano all’annunciante e alle sue parole.

Il colloquio con Nicodemo (Gv 3, 1-21)

Il fariseo Nicodemo andò di notte da Gesù per informarsi sulle condizioni per l’entrata nel regno di Dio da Lui annunciato.
Simone dice di Nicodemo che i segni e miracoli lo avevano convinto che Dio fosse con Gesù.

Anche Simone vede in essi un grande veicolo che doveva, operando nel cuore di Nicodemo, metterlo in grado di giungere alla vera fede, di riconoscere che Gesù è il vero Dio. Nelle cose divine, annota Simone, la fede precede il sapere. Nicodemo, con il suo giudizio che Gesù fosse il vero Dio, offrì a ciò un buon presupposto.16

Per l’ingresso nel regno di Dio, risponde Gesù, è necessaria la rinascita. Simone la definisce come nascita dalla fede nella novità dei Sacramenti che vengono da Dio.17 Questa nascita avviene dall’acqua santificata attraverso la parola e dallo Spirito Santo che infonde la Grazia. La nuova generazione cristiana crede in questa rinascita.18

Simone considerò Nicodemo sulla buona strada. Non si vergognò di farsi istruire circa il Divino. L’anima razionale è stata creata per questo. Nicodemo non temette di fare domande. Per Simone è il cuore dell’uomo che accoglie la fede e la dottrina. L’orecchio e la lingua sono veicoli per mezzo di cui la dottrina è trasmessa, a meno che essa sia immediatamente infusa dallo Spirito Santo.

A questo punto Simone fa riferimento al noto passo che si trova nella lettera ai Romani (Rom. 10, 17): La fede viene dall’udire, l’udire però dalla Parola di Dio. L’udire fa pervenire all’orecchio la parola del linguaggio affinché essa vi penetri.19

Conclusione: In questa parte del colloquio di Nicodemo con Gesù si tratta della rinascita e del ruolo che vi ha la fede.

In una seconda parte Simone si occupa dell’elevazione del Figlio dell’uomo, della fede nel Crocifisso.

Fu il puro amore che indusse Dio, amante degli uomini, a non dare per perso il genere umano bensì a salvarlo. Nell’elevazione, nella morte di croce, fu sacrificato Dio per l’uomo, il Figlio per il servo.

L’efficacia della morte in croce per il singolo si verifica se il credente si volge al Crocifisso con fede attiva. Questa dedizione salva l’uomo. L’uomo deve credere alla forza del Crocifisso. Simone intendeva con ciò una fede che è collegata con la speranza e con l’amore. A chi la ha per il Crocifisso è promessa la vita eterna.20

Un terzo aspetto di cui tratta questo Vangelo è il giudizio. Simone scrive al proposito che il Figlio dell’uomo non è venuto per giudicare ma per salvare. È venuto affinché noi viviamo per Lui.21

Simone motiva il fatto che Gesù non abbia voluto giudicare il mondo. Se avesse voluto far ciò allora non avrebbe emanato così tanti divieti per evitare il male, non avrebbe dato così tante esortazioni a fare il bene, non avrebbe enunciato così tante regole di prudenza, non avrebbe esortato all’espiazione e reso possibile attraverso mezzi adeguati il perdono dei peccati. Non avrebbe fatto tutto questo e soprattutto non avrebbe preso la morte su di sé, se egli fosse stato mandato per il giudizio e non per la salvezza del genere umano.22
Conclusione: Gv 3, 18 afferma: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”. Il giudizio ha luogo a causa del non credere e a proposito del non credere.23

Il discorso sul pane del cielo nella sinagoga di Cafarnao (Gv 6, 22-59)
La fede nel Figlio di Dio ottiene la vita eterna (Gv 6, 41-42)

L’autodefinizione di Gesù come pane di vita che è disceso dal cielo suscitò un incredibile mormorare presso molti che lo ascoltavano, mormorare che si originava dalla loro mancanza di fede. Non potevano credere che Gesù avesse origine dal cielo. Gesù spiega questa incredulità con il mancare dell’intervento del Padre. Nessuno, cui ciò non sia concesso dal Padre, può giungere al Figlio, il che significa credere in Lui. Ma deve volerlo. Il Padre non attira nessuno al Figlio con la forza. Chi si fa attirare compie l’alleanza offerta da Dio e ha anche la promessa di Gesù: “[…]; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.” (Gv 6, 44). A coloro che sono attirati dal Padre al Figlio, affinché credano nel Figlio (Gv 11, 42), è fatta la promessa che risorgeranno alla vita beata ed eterna.24

Conclusione: La fede in Gesù ha quindi un ruolo decisivo per la vita eterna, per il compimento dell’uomo.

La fede come risultato dell’invisibile insegnamento di Dio

La fede è suscitata nel cuore degli uomini dall’invisibile agire di Dio. Questo è il messaggio di Gv 6, 45: “Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.”

Simone commenta il passo con le parole: “Gli allievi di Dio sono ammaestrati da colui che non risuona nelle orecchie con la voce ma penetra i cuori. Anche se il linguaggio umano fu reso strumento delle affermazioni divine è solo Dio che opera invisibilmente nei cuori degli uomini che essi credano.” 25

A questo proposito Simone nota meravigliato: “Nella Chiesa risuona la voce di Dio e molti la odono. Ma non imparano per impazienza, leggerezza, negligenza, occupazione, noia degli uditori, legame dell’anima alle cose materiali, attaccamento al piacevole, dal quale non si vogliono separare per timore.” La parola di Dio è vivente (Ebr 4, 12). “Se è accolta separa l’anima da tutto, dall’inclinazione del cuore al visibile, dalla superbia dell’anima, dal non comparire di ciò che è detto, ciò che è insegnato perviene anche se non è appreso.”26

Conclusione: La fede è suscitata dall’invisibile agire di Dio.

La fede nel Figlio di Dio ottiene la vita eterna

Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è il pane di vita che è disceso dal cielo. Beneficiare di Lui dà la vita eterna. La vita eterna è per Simone oggetto della speranza degli uomini. Gesù viene incontro a questa speranza ponendo l’accento sulla fede come via per raggiungere questo scopo. Egli richiama perciò al fatto che si deve credere al Figlio di Dio che ha promesso con un giuramento il fine e la via per raggiungerlo: “In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.” (Gv 6, 47).

Simone attribuisce alla fede il raggiungimento della vita eterna. Essa può essere ottenuta per mezzo della fede. Per Simone è indicibile, impensabile che la fede abbia una tale forza ed effetto da far meritare la vita eterna. Per la fede in Gesù, in quanto Figlio di Dio, Dio stabilì come premio la vita eterna. Non si deve chiedere ragione della discrepanza tra l’atto della fede e la ricompensa, bensì si deve fare quanto è richiesto. Poiché la fede ha come promessa la vita eterna, a coloro che perseverano nella fede ne spetta il godimento.27
Per avvalorare con la Sacra Scrittura l’affermazione della vita eterna come premio per la fede, Simone confronta enunciazioni a ciò riferite dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Da dove ottiene la vita eterna il credente nel Figlio di Dio? Questa è la domanda di Simone. In risposta egli rimanda alla parola di Gesù: “Io sono il pane della vita” (Gv 6, 48). Il Nuovo Testamento afferma questo. Gli uomini dell’antica alleanza non ebbero un tale cibo, come si evince dalla frase seguente: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti” (Gv 6, 49). Il commento di Simone è: “La vita viene dal pane di vita, viene da Gesù. La morte non viene né da Mosè né dalla manna bensì dall’invidia del diavolo attraverso Adamo.”28

Conclusione: La vita eterna giunge mediante la fede in Gesù come pane di vita.

Gesù in quanto pane di vita si differenzia dalla manna

Anche la manna fu considerata pane disceso dal cielo. Non aveva però potuto eliminare la morte. Del pane di vita, di Gesù, è detto che venne dal cielo e che la sua consumazione dà la vita eterna (Gv 6, 48-50). Mangiando il pane celeste la signoria della morte è distrutta, la morte eterna è totalmente superata.29

Conclusione: Gesù, il pane di vita, annienta la morte eterna.

Il pane che Gesù dà è la sua carne

Gesù spiega al credente che cosa egli deve intendere come pane di vita che egli gli offre. “[…] e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Il pane di vita è Gesù stesso che giunse dal cielo, s’incarnò e mediante la grazia dell’unione costituì tutte le sostanze in una persona, che si sacrificò nella morte. La conseguenza fu che l’unica morte di Cristo eliminò la doppia morte dell’uomo, del corpo e dell’anima. Egli preparò alla vita eterna dando come cibo il suo corpo in quanto carne.30

Conclusione: Il pane di vita è la carne del Gesù sacrificato.

Chiarimento della fede in Gesù
mediante la disputa circa la consumazione della carne di Gesù

L’annuncio di Gesù circa il mangiare della sua carne, causò una discussione. Alcuni degli uditori accettarono la dottrina di Gesù della sua carne e sangue come nutrimento per la vita eterna. Non cercarono una spiegazione ma accettarono la dottrina nella fede perché volevano raggiungere la vita eterna. Inoltre non avevano alcun argomento che potessero portare contro la dottrina di Gesù.31
Altri invece si rifiutarono e si opposero alla modalità. A causa di ciò la loro fede venne meno. Il loro rifiuto si esprime nella domanda: “[…]: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?»” (Gv 6, 52).

Per Simone la fede semplice accetta i fatti e non chiede circa il come, cioè il modo in cui Gesù vuole realizzare la parola. La domanda posta è per Simone il segno di una fede che vacilla.

Simone ritiene che chi vuole indagare i misteri della fede è prigioniero del corso della natura. Egli ascolta che qualcosa va oltre la natura poi ricerca il modo in cui ciò avviene.32 Simone nota ciò in questa domanda e constata una mancanza di fede semplice.
Coloro che discutono chiedono in che modo quest’uomo voglia dare come cibo la sua carne per la vita del mondo, dal momento che essa, intesa letteralmente, è subito consumata. Circa i sostenitori di questo argomento, Simone dice che essi sono del tutto orientati ai sensi e si sono tenuti lontani dall’anima.

Anche Simone chiede: “Chi si è già ucciso per diventare cibo per gli altri?”. Egli risponde: “Di fronte a ciò i sensi arretrano spaventati, la ragione umana rifiuta di mangiare carne dell’uomo.”33

Dopo aver chiarito che non si può trattare del consumo di carne umana, Simone rileva che tali domande sono poste da coloro che non hanno fiducia nella forza di Gesù che promette di trovare una via in cui la sua carne diviene cibo onorevolmente, senza disgusto di coloro che ne mangiano.34

Conclusione: Chi crede veramente ha fiducia nella parola di Gesù.

Dagli uditori Gesù vuole la fede nel factum e non nel modus

Gesù non cercò, attraverso spiegazioni, di mediare la discussione generatasi. Egli ripeté la sua affermazione della necessità di consumare la sua carne e il suo sangue. Con una minaccia e una promessa, accentuò l’urgenza di trovarsi preparati alla fede nella necessità della fruizione.35

La minaccia dice: “[…]: «[…]: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.»” (Gv 6, 53). A questa frase Gesù collegò una profezia con conseguenze ricche di effetti: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).

Gesù rimase fermo nella sua affermazione e non cercò di temperarla mediante una spiegazione. Non mediò la discussione dei Giudei esitanti con una delucidazione del modo in cui il mangiare e il bere offerto dovessero accadere ma insistette sul mangiare e sul bere. Infatti minacciò coloro che non ricevono la carne e il sangue della perdita della vita. A coloro che ricevono il corpo e il sangue promise la vita eterna.36 Agli uditori che credevano Gesù non diede nessuna ulteriore spiegazione.

Simone spiega il procedere di Gesù con l’indicazione che egli fece ciò per non indebolire la fede, poiché essa tanto non poteva essere supportata da motivazioni. La giustificazione di Simone a tal proposito dice che la fede attraverso spiegazioni date “è diminuita. Il suo premio le è dato in fin dei conti a seguito della circostanza che il creduto in tutti i casi non è visto. E’ anche creduto ciò che non è compreso attraverso nessuna motivazione.

Dio ha previsto il processo del mangiare la carne e del bere il sangue di Cristo dall’eternità. Egli stabilì che in questo sapere della fede gli uomini siano salvati.”37

Conclusione: In questo passo Simone si esprime per una fede che deve accettare il proprio oggetto senza cercare di comprenderlo. Poiché qui si tratta di una prescrizione di Dio, l’uomo non ha nessuna possibilità di scoprire il suo mistero. Ciò vale innanzitutto per il mangiare la carne e il bere il sangue di Cristo.

Il rimanere di Cristo nel credente che si comunica e di lui in Cristo

La situazione di partenza per l’umanità era che il genere umano era stato punito con la morte e derubato della vita. La morte non poteva essere sfuggita e la vita non poteva essere ottenuta se non attraverso la compassione e l’aiuto di Dio per gli uomini. Questo aiuto egli lo offre attraverso il mangiare la carne e il bere il sangue del suo Figlio, se ciò accade nella fede e nell’obbedienza.

Gesù dice della sua carne e del suo sangue: “Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.” (Gv 6, 55). Entrambe operano per colui che le riceve la distruzione della morte e il dono della vita.38
Gesù rimanda al fatto che la vita è garantita dal rimanere in Lui che ha signoria sulla morte e riceve dal Padre il pieno potere di dare la vita eterna, la vera vita che rimane eternamente vita. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.” (Gv 6, 56).39

Chi vuol vivere ha bisogno di mezzi che conservano la vita e la promuovono. Cosa fa colui che vuol vivere eternamente? Il mezzo decisivo è il rimanere in Gesù attraverso la fruizione della sua carne e del suo sangue: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.” (Gv 6, 57).

All’inizio della vita sta il Padre. Il Figlio è unito a lui: “Il Figlio vive a causa del Padre da lui e in lui. La vita del Padre e del Figlio è una e può esserci comunicata solo da lui. Perciò è detto ‘Ciascuno che mangia di me vivrà attraverso me’”.40

Conclusione: Gesù richiede di mangiarlo. Noi non siamo istruiti di mangiare il Padre. La motivazione di Simone è che il Padre non ha assunto nessuna carne consumabile, ma fu il Figlio colui che si incarnò. Attraverso di Lui la nostra vita è nel Figlio e nel Padre. Nel Figlio quando noi mangiamo la sua carne, nel Padre perché il Figlio è in Lui.41

Il pane che è disceso dal cielo

Simone rimanda al fatto che il Vangelo ripete molto spesso l’espressione del pane che è disceso dal cielo. Ciò avviene a conferma di quanto udito e creduto ma anche per distinguere questo cibo celeste dalla manna che Dio Padre diede nel deserto. Questa si differenzia d’altronde in modo estremo dal pane della vita che Gesù promise. La manna non diede la vita mentre il pane dato da Gesù dà la vita eterna.42

In proposito è detto nel Vangelo: “Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.” (Gv 6, 58). Simone riconduce questa vita eterna all’origine di Gesù dal Padre anche se il Gesù temporale discende dalla madre. Egli rimanda al fatto che in tutte queste parole Gesù non manifestò il modo della presa del nutrimento benché proprio a causa di ciò fosse iniziata la discussione dei Giudei (Gv 6, 53). Gesù non cercò di mitigare la situazione mediante una spiegazione. Egli non lo fece affinché la forza della fede non diminuisse e si stimasse corrispondentemente in modo elevato il merito della fede. Il fatto del cibarsi deve essere accettato nella fede, il modo in cui ciò avviene sta in secondo piano. “Nella fede esiste il factum, nella fede (esiste anche) il modo. Si attribuisce un più grande peso a ciò che Gesù voleva fare e che fece. Cioè è di più grande significato l’attuazione (factum) che il modo dell’attuazione (modus in facto).”43

Nella concezione della fede di Simone ha un ruolo il principio: Jesus potuit, voluit, ergo fecit (Gesù lo poté, lo volle, quindi lo fece).
La fede di chi si affida alla parola di Gesù parte dal presupposto che Gesù può realizzare ciò che annuncia. Il credente si deve perciò considerare soddisfatto di quanto annunciato, del “factum”, come dice Simone. La questione circa il modo in cui questo annuncio possa essere realizzato, deve lasciarla a Gesù, deve lasciarla a Dio che conosce una via in cui egli può attuarlo. Chi accetta il factum nella fede non ha bisogno di nessuna spiegazione circa il modo della sua realizzazione. Il factum si trova al primo posto per il credente. Il modus della realizzazione è ad esso subordinato. “Se qualcuno in tutte le azioni del Salvatore gli dona fede relativamente al factum sulla base dell’intelletto convinto (captivato intellectu) allora egli non interroga oltre circa il modo o il motivo.”

Forse Gesù evitò una risposta circa il modo della realizzazione perché ancora non aveva preparato o dato un nutrimento dalla sua carne. Lo fece successivamente, cioè nell’ultima cena, quando egli trasformò il pane nella sua carne e il vino nel suo sangue attraverso la forza divina. Egli lo prese per primo; dopo di che lo diede ai restanti apostoli da mangiare e da bere.

Conclusione: La parola di Cristo non si aprì ad un uditore in base a come avviene quella trasformazione e nutrimento della carne e del sangue, bensì per i realmente credenti ciò si verificò a causa della fede ma non in base a motivazioni e prove.44

“Noi abbiamo creduto […]” (Gv 6, 69)

Simone mette in evidenza la fede come forza che unisce. Egli scrive in proposito che la fede converte al Signore. L’incredulità invece o non lascia giungere gli uomini a lui, o li allontana da lui. La fede unisce, l’incredulità fa vagare gli uomini o li rende senza legami. La fede non teme l’asprezza delle parole. Se si sottomette a esse, è portata al di là delle difficoltà. Il credente non arretra spaventato di fronte all’inconcepibile, egli comprende tutto. (Mc 9, 22)45

Coloro che non seguirono più Cristo perché non compresero le sue parole, le sentirono dure, e su ciò mormoravano (Gv 6, 61), non gli erano uniti di cuore in fede immutabile. Perché chi si allontana da Gesù non va semplicemente a casa o si siede a riposare, ma va verso la morte in quanto Cristo è la vita (Gv 14, 6). Egli cade nell’errore, giacché ha lasciato la verità che è Cristo (Gv 14, 6). Egli si muove verso l’impervio dal momento che lascia la retta via poiché Cristo è divenuto per noi la via verso la patria (Gv 14, 6).46

Conclusione: Non vi è più grande legame, scrive Simone, che quello della fede pura. Chi prende velocemente distanza dalla fede o non ha ancora raggiunto la purezza della fede oppure non ha ancora aggiunto alla fede l’amore. Non c’è più lontana separazione di quella del non credere e del non amare.47 Non si possono certo dimostrare con motivi razionali i misteri di Cristo ma non vi è anche nessun sufficiente motivo per allontanarsi da essi.48

La risposta dei Dodici: “Noi abbiamo creduto […]” (Gv 6, 69)

“Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio.»” (Gv 6, 67-69).

Dai dodici apostoli Gesù vuole sentire una professione verbale. Egli voleva mostrare con ciò che essi lo seguivano liberamente. Dovevano anche avere la possibilità di decidersi diversamente, di lasciarlo. Simon Fidati formula la parola di Gesù così: “E’ dura la parola (Gv 6, 61) se prescrive, se consiglia, se giustamente minaccia, se caritatevolmente promette? Il vostro intelletto lo comprende nella fede. C’è un motivo per ciò? Volete andar via come increduli o rimanere presso di me come credenti? Non era intenzione di Gesù che essi si dovessero separare da lui. Ma egli lasciò a ciascuno la sua libera scelta in modo che ognuno giungesse ad un sì o ad un no e che usasse la sua libera volontà.”49

Simon Pietro rispose alla domanda di Gesù in nome degli apostoli. Dalla risposta di Pietro evidenzio i seguenti elementi.
Da chi dobbiamo andare? Questa perplessità e il mancare di un punto di riferimento, Simone li commenta con queste parole: ci manca un punto di riferimento. (Abbiamo perso la speranza in ogni uomo perché) “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno […]” (Ger 17, 5),50 ma non in te Gesù. Non abbiamo nessuno al di fuori di te.

Tu hai parole di vita eterna (Gv 6, 69). Questo lo crediamo nello spirito. Lo abbiamo anche riconosciuto dai miracoli da te operati. Tu hai infuso la fede nei nostri cuori perché tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente (Gv 6, 69).51

Con questa professione gli apostoli oltrepassarono la testimonianza dei Giudei che dicevano di Gesù che egli era soltanto il figlio di Giuseppe e Maria (Lc 4, 22). Gli apostoli si espressero diversamente. Solo in lui essi sperarono nella vita eterna mentre lasciarono ogni altra speranza. Simon Fidati formulò tale speranza con queste parole: “Noi (apostoli) cerchiamo di vivere nell’eternità e ci sforziamo al fine di vivere nell’eternità. Perciò da chi andiamo in modo che noi possiamo vivere nell’eternità? Ovunque domina la morte. Anche se ci fosse una creatura che non morisse essa non può dare a un altro la vita. Tu sei la vita e presso di te è la fonte della vita, non di quella transeunte ma della vita eterna (Gv 6, 69). Le tue parole lo dicono perché esse sono parole di vita eterna.” (Gv 6, 69).52

Dalla professione di Simon Pietro a Cesarèa di Filippo (Mt 16, 16-17), dove Pietro ne diede una simile, Simone dedusse che anche quanto qui detto non originava dalla rivelazione della carne e del sangue ma dall’insegnamento del Padre. Non giunse dalla saggezza umana ma Pietro pronunciò la parola della professione salvifica compenetrato dalla saggezza divina.53

“[…]: «Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!»” (Gv 6, 70). Gesù ha scelto gli apostoli, non loro hanno scelto il Signore Gesù (Gv 15, 16). I scelti acconsentirono a essere salvati.54 Giuda non lo fece. Quando Gesù lo designò come diavolo il divenirlo accadde non mediante un altro ma attraverso lo stesso Giuda. Deve essere un avvertimento per tutti se persino uno dei dodici apostoli del Figlio di Dio è diventato un diavolo. Non la presenza di Gesù, non la dottrina presentata dalla cattedra più alta né la comunità degli apostoli salvarono Giuda dal rendersi diavolo.55 Ciò poté avvenire per la mancanza di fede.

Conclusione: Gesù chiamò uno dei dodici apostoli, Giuda, un diavolo. La domanda come si sia potuto giungere a ciò ha già occupato molti cristiani. Nello spirito dell’esposizione di Simone sulla fede la risposta può forse essere che Giuda non si riconobbe con piena convinzione in Gesù come Figlio di Dio.

“Non si può far altro che divenire simili a Cristo. Una forma che si allontani da ciò porta alla morte. Egli (Cristo) era Dio, poteva portare aiuto, egli fu uomo e offrì a tutti un esempio tale che, come egli visse, possiamo vivere anche noi.”56

Con l’espressione del divenire simili a Dio è formulato un punto di vista centrale alla luce di cui Simone ha redatto il suo commento al Vangelo. Mi chiedo quindi a proposito del tema della fede se anche le sue esposizioni circa la fede sono state determinate da questa prospettiva cristologica.

La fede come mezzo della chiamata

Ascoltiamo dal Vangelo di Giovanni 5, 36-47: “[…] E anche il Padre […] ha reso testimonianza di me. […] e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato. […] Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?»”.

Nella discussione di Gesù con i Giudei si tratta della fede nella parola di Gesù che fu inviato da Dio Suo Padre (Gv 5, 24). I Giudei si appellarono a Mosè al quale prestavano fede. Gesù replica che se i Giudei credevano agli scritti di Mosè e in essi si auguravano la vita eterna, avrebbero dovuto credere anche a Cristo su cui Mosè molto tempo prima aveva scritto.57

Simone nota che l’Evangelista non ha nominato lo scritto e il passo perciò vuole citare quello qui inteso affinché la fede rifulga e la carità dei credenti sia moltiplicata. Simone rinvia a Dt 18, 15-19. Questo passo lo aveva scritto Mosé molto prima a ricompensa di coloro che credono nel Salvatore e a giudizio di tutti gli increduli.58 Con riferimento a questo passo Gesù rimanda i Giudei a Mosè con le parole: “Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; […]” (Gv 5, 46). Cristo non parla qui dubitando, poiché egli sa tutto, bensì sottolinea la durezza di cuore dei Giudei che, per la fede che fu data a Mosè, quasi avrebbero dovuto inchinarsi a Cristo. Secondo questo passo della Scrittura i Giudei sono senza giustificazione presso Dio perché non credettero realmente neanche a Mosè. Di conseguenza non credettero neppure a Cristo su cui Mosè aveva predetto una profezia così manifesta.59

Il Vangelo di Giovanni prosegue: “Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?” (Gv 5, 47). In queste parole Simone pose a confronto non le persone ma la fede. La sua spiegazione è che se non credettero a Mosè, cui prestavano la più grande fede, allora non credettero neppure a Cristo in cui non avevano la minima, anzi nessuna fede.60

Viene meno molto di ciò che fu detto e non vi è neanche nessun sicuro allontanamento da parte loro innanzitutto verso ciò che deve essere creduto. Simone nota che Cristo non aveva propriamente necessità della testimonianza della Scrittura poiché avrebbe potuto infondersi senza questa nei cuori degli uomini.61

Gesù non era legato alle testimonianze della Scrittura. Ma senza essa non giunse e non compì i suoi grandi misteri per la salvezza degli uomini. Egli rese note, a partire dalla Scrittura, la dannazione e la salvezza così che esse non apparissero diversamente da come sono descritte nella Sacra Scrittura. Cristo richiede impegno e non invita né loro né altri credenti mediante motivazioni razionali ma soltanto attraverso la fede che, secondo le parole di Isaia, precede del tutto la comprensione (Is 7, 9; LXX): “Se non credete, non comprendete” o secondo un’altra versione: se non credete non avete stabilità. Questo è il nostro merito, che ci basiamo sulla fede e non sull’intelletto. Ed è la forza della fede a essere da loro esclusa. E a tutti coloro che insegnano secondo l’esempio di Cristo è affidata la forma dell’insegnare, perché mediante la fede cerchino di inclinare i cuori degli uomini a Cristo e che ogni intelletto sia preso dalla sua sequela (2 Cor 10, 5), poiché anche il Figlio di Dio chiamò i cuori degli uomini a sé non altro che con la fede.62.

 P. Willigs Eckermann, O.S.A

UN AGOSTINIANO CONTEMPLATIVO E PREDICATORE
TRA MEDIOEVO E UMANESIMO

Dal 14 al 29 aprile nella nostra Basilica di Santo Spirito saranno presenti il corpo del Beato Simone Fidati da Cascia e il Miracolo Eucaristico avvenuto a Siena nel 1330 (il Beato Simone si fece dare le due pagine del Breviario, macchiate di sangue, dal sacerdote che andò a confessarsi da lui e che portando la comunione ad un contadino ammalato, non aveva messo la particola nell’apposita teca ma, per mancanza di fede e rispetto nell’Eucarestia, l’aveva messa in mezzo al suo breviario). Sul tema dell’Eucarestia e del sacerdozio segnaliamo la giornata di Giovedì 19 aprile, guidata dal vescovo agostiniano Mons. Giovanni Scanavino. In particolare invitiamo a partecipare i sacerdoti.

La presenza del Beato Simone nella nostra città, vuole essere un’occasione di riflessione ulteriore, in questo decennio che la Chiesa italiana dedica all’ “educazione alla vita buona del Vangelo. E Simone è stato un vero educatore alla fede cristiana attraverso l’annuncio del Vangelo (a questo riguardo segnaliamo la conferenza che si terrà presso la nostra Sala Capitolare Mercoledì 18 aprile, dal tema Beato Simone come promotore della fede attraverso l’annuncio del vangelo e che viene tenuta da uno dei maggiori esperti del Beato, l’agostiniano tedesco P. Willigs Eckermann).

Inoltre questa iniziativa è legata ai cinquant’anni del ritrovamento del nostro Crocifisso di Michelangelo (scoperto dalla Lisner nel settembre del 2012), infatti la contemplazione del Cristo e del Cristo crocifisso era al centro della contemplazione quotidiana del Beato Simone. Da buon seguace della spiritualità agostiniana, seppe fare dell’umiltà del Cristo il centro della sua vita. Diceva infatti: L’umiltà è il recipiente della grazia di Dio; l’umiltà è il luogo riparato in cui non soffia il vento impetuoso; l’umiltà è lo scrigno delle virtù; l’umiltà è quella luce nella quale l’anima ritrova ogni grazia perduta”. Su questo tema segnaliamo la giornata dedicata alla vita consacrata (sabato 28 aprile), ma aperta a tutti, e in particolare la conferenza dell’Agostiniano P. Remo Piccolomini (direttore dell’edizione bilingue dell’opera Omnia di S. Agostino) che svolgerà il tema Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me.

Il Beato Simone Fidati nasce a Cascia nel 1295 e muore qui a Firenze nel 1348. Il Beato qui a Firenze, presso il nostro convento di Santo Spirito, che come sappiamo nel XIV secolo sarebbe diventato famoso per essere uno dei più brillanti centri dell’Umanesimo fiorentino, che si riuniva ad un altro “scomodo” agostiniano, Luigi Marsili (amico di Francesco Petrarca). In questo stesso convento, Simone Fidati fu punto di riferimento per una cerchia di devoti tra i quali vi fu anche Tommaso Corsini, personalità di spicco della città di Firenze. Dalle numerose lettere di Fidati si deduce che egli è stato amico e consigliere spirituale di molte persone e tra i suoi ammiratori troviamo Giovanni dalle Celle e il celebre pittore, allievo di Giotto, Taddeo Gaddi. Qui a Firenze svolge il periodo più lungo della sua predicazione e difatti viene chiamato “l’apostolo di Firenze”. Non conosciamo l’anno dell’ingresso nell’Ordine Agostiniano, né le ragioni che motivarono questa scelta. Da giovane Simone, come era di prassi presso le famiglie aristocratiche, era stato avviato agli studi classici, che poi abbandonò e si dedicò alla scienza di Dio, dopo un incontro con un uomo di santa vita, Angelo Clareno.

Pur preferendo vivere nel silenzio e nella contemplazione, per obbedienza si dedicò alla predicazione, perché i superiori erano ben consapevoli della sua preparazione dottrinale e soprattutto della sua santità di vita. Oltre che grande predicatore fu anche un eccelso scrittore e proprio qui a Firenze, nel 1333 scrive la sua prima opera in italiano, “L’ordine della vita cristiana”, un’opera scritta per educare i cittadini fiorentini, chiamati a costruire insieme la società. L’ultima parte dell’opera si richiama alla Chiesa e allo Stato e offre spunti originali in campo educativo. L’invito è quello che tutti, chierici e laici, sono chiamati a conformarsi pienamente a Cristo, e poiché ognuno ha bisogno dell’altro, a recuperare lo spirito di servizio assoluto, fino a donare la vita per il bene dell’altro. In quest’opera inoltre, il Fidati aiuta a fare una costante ricerca d’armonia: tra anima e corpo, lavoro e preghiera, amore e timore, umiltà e fiducia, ricerca della verità e pazienza nella ricerca, osservanza della legge e rispetto delle condizioni della persona, disponibilità nel dare e nel ricevere.

La spiritualità del Beato Simone, illuminata dalla Scrittura, si fonda sulla persona di Cristo e sul primato della carità, intesa come dono di Dio all’uomo e via privilegiata del suo cammino verso Dio. Diceva infatti questo nostro agostiniano (scrive in volgare): Solo questa lezione, nella quale sta tutta la Scrittura è di bisogno di studiare e di sapere, cioè, amare Dio con tutto il cuore con tutta l’anima, con tutta la mente e il prossimo tuo come te medesimo… Pensa, dunque, studiati, o anima mia, se ti vuoi salvare e avere la vita eterna, d’amare Iddio. E, se lo vuoi trovare per poter in Lui tutto il tuo amore porre, non cercare fuori di casa tua, né ancora fuori di te. In te cerca con desiderio e sì lo troverai. Nel suo pensiero è un fedele discepolo del suo maestro spirituale Sant’Agostino.

Attingendo al Vangelo, ha cercato di rispondere ad un’esigenza della sua epoca e si è prefisso di aiutare i cristiani a prendere coscienza delle loro importanti responsabilità nell’economia del processo salvifico e nell’imminenza storica. Egli è un vero educatore e in particolare si rivolge alle donne e in generale a tutti quelli che non avevano accesso alla cultura clericale. Si rivolgeva, cioè, alle persone semplici. La sua parola conquistò tanti cuori e mentre parlava in particolare della passione di Gesù, i peccatori scoppiavano in lacrime. Infatti numerose prostitute si convertirono ad una vita di penitenza e di preghiera e per loro nel 1330 fece costruire il monastero di Santa Elisabetta, detto il monastero delle convertite. In questo monastero, già nel 1333 vi erano 50 monache.

Il Beato Simone, proprio per amore della purezza dell’annuncio, non aveva timore di nessuno e denunciava con coraggio tutti quei mali di cui veniva a conoscenza. Tutti avevano ammirazione per lui, per la sua parola, ma non tutti arrivavano a cambiare vita. Anzi alcuni tentarono di farlo tacere, come è la sorte di tutti i profeti. Il suo biografo fra Giovanni da Salerno racconta: I priori del Comune di Firenze gli proibirono di predicare in avvenire quanto aveva pubblicamente affermato contro di essi e gli ordinarono di ritirarsi quanto prima. Simone rispose: ‘Se sono false le cose ch ho detto contro i vizi e le nefandezze che in questa città pubblicamente si commettono, io sono pronto a bruciare la Bibbia che ho in mano, in essa ho trovato scritto quanto ho denunciato. Se, invece, sono vere, se ho parlato dicendo la verità, non ritratterò mai neanche una parola delle mie accuse. Anzi, sono pronto a confermarle con coraggio e senza paura fino alla morte. Non temo le vostre minacce, né cerco l’approvazione o l’applauso di alcuno’. Lo dimostrò con i fatti nella pungente lettera che scrisse ai fiorentini al tempo della inondazione dell’Arno.

Questa inondazione avvenne il 1° novembre 1333. Il beato Simone, assente dalla città, scrisse una lettera e non temette di affermare che l’inondazione fosse la giusta punizione di Dio contro gli innumerevoli peccati dei fiorentini e dei loro governanti. E così invita la repubblica fiorentina, fiera e potente, al pentimento e alla conversione. E se non avessero cambiato vita gli sarebbe successo di peggio. Ovviamente questa lettera non piacque alle autorità.
Il nostro beato, con l’aiuto delle generose offerte di Tommaso Corsini e di altri, fondò anche il monastero femminile di San Gaggio. Questo monastero venne inaugurato il 29 marzo 1345 con la professione di Monna Nera, una vedova che condusse una vita esemplare di preghiera e penitenza, e altre cinque giovani. Sul rapporto del Beato Simone con la vita monastica agostiniana femminile, invitiamo a partecipare alla conferenza del Prof. Francesco Santi Clausura ed eremo. Simone Fidati da Cascia e le nuove forme della vita religiosa all’inizio del secolo XIV, il mattino del sabato 28 aprile.

Potete trovare tutti i dettagli del programma sul sito www.basilicasantospirito.it o anche su Toscana Oggi. Vi invitiamo in modo particolare ad accogliere il corpo del Beato e il Miracolo Eucaristico sabato 14 aprile alle ore 17.15, all’ingresso della Chiesa e partecipare alla Santa Messa presieduta dal nostro Cardinale alle ore 18.00.

Padre Giuseppe Pagano
Priore di Santo Spirito
gpagano7@hotmail.it

GENITORI ANIMATORI VOCAZIONALI

Dalla Parola di Dio

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. [2]Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». (Gv 2,1-5)

Lettera 243, 4
Puoi comprendere assai facilmente questa verità a proposito di tua madre. Perché mai infatti essa ti tiene come avvolto in una rete e, dopo averti trattenuto dalla corsa intrapresa, cerca di farti tornare indietro e di farti incamminare per vie storte, se non perché è la tua propria madre? Poiché, per il fatto d’essere sorella di tutti coloro i quali hanno per padre Dio e per madre la Chiesa, essa non è d’ostacolo né a me, né a te, né ad alcun altro dei nostri fratelli che l’amano non già con un affetto particolare come l’ami tu nella tua propria famiglia, ma con un affetto comune con cui l’amano nella famiglia di Dio. Il fatto dunque che tu sei unito a lei anche dai vincoli del sangue dovrebbe darti la possibilità di parlarle con maggiore familiarità e di provvedere con maggior facilità a far sì che sia recisa in essa la radice del suo affetto disordinato verso di te, perché non dia al fatto d’averti generato più importanza che non a quello d’essere stata generata come te dalla Chiesa. Quanto poi ho detto di tua madre deve intendersi anche di tutti gli altri congiunti. La stessa cosa deve pensare ciascuno a proposito della propria anima per odiare in se stesso l’affetto egoistico che ognuno ha verso di sé, ch’è solo passeggero, e per amare piuttosto ciò che forma una sola famiglia spirituale, di cui è stato detto: (I primi Cristiani) formavano un cuore solo e un’anima sola protesi verso Dio. La tua anima così non è più tua, ma di tutti i fratelli e anche le loro anime sono tue, o meglio, le loro anime insieme alla tua non formano più se non un’anima sola, l’unica anima di Cristo, per la quale si canta, nel Salmo, che sia salvato dal potere del cane. Con tali sentimenti si arriva assai facilmente fino al disprezzo della morte.

Oggi si parla molto di crisi vocazionale, soprattutto nei nostri paesi europei. Ci sono Diocesi e Istituti Religiosi che da anni non hanno vocazioni. I motivi? In questi ultimi decenni si sono fatte le indagini più impensabili per trovarne le cause. E forse più che indagare sulle cause, forse è giunto il momento del “saper vendere il prodotto”, nel saperlo rendere attraente e gustoso.
Fermandosi solo un attimo sulle cause, di certo una delle ragioni nasce proprio dalla crisi della famiglia: diminuzione delle nascite, separazione, perdita dei valori all’interno di essa della preghiera, disciplina, educazione…

Parlare di “vocazione” significa aiutare i figli a scoprire il disegno di Dio sulla loro vita e questo darebbe più luce anche alla scelta della vita matrimoniale, nel senso che il matrimonio non sarebbe più desiderato solo per una convenzione sociale o naturale, ma soprattutto perché ci si sente “chiamati”.
Sono convinto che la famiglia, oggi più che mai, è il luogo dove i ragazzi e le ragazze, possono trovare l’habitat naturale per maturare la loro vocazione. Se oggi si parla con giovani che stanno facendo un percorso vocazionale (sia nei seminari che negli Istituti Religiosi), molti di loro hanno o hanno avuto problemi con i propri genitori che non hanno accettato la scelta fatta. Spesso si sente questa espressione: “è un/a figlio/a perso/a”. E spesso è comprensibile, perché magari i genitori hanno speso tante risorse affettive, economiche… per dare un avvenire ai figli e magari quando già sono pronti per iniziare una loro carriera oppure già l’hanno iniziata brillantemente, vogliono lasciare tutto e dedicarsi completamente al Signore. Già tra i santi abbiamo storie simili (v. San Francesco) che hanno creato fratture tremende.

Nella vita, in effetti, arriva un momento nel quale per forza di cose, si deve creare un taglio del cordone ombelicale, ma mentre quello causato dalla vita matrimoniale ha un percorso “naturale”, la scelta di “consacrazione” normalmente provoca delle “controversie”, ma questo non è strano, perché tutto ciò che ha una dimensione prevalentemente “soprannaturale” crea un po’ di sgomento.

E anche in questo caso abbiamo un “modello”: il rapporto tra Gesù e i suoi genitori Maria e Giuseppe. Anche loro in alcuni momenti non “comprendevano” quello che stava capitando al Figlio, non capivano i suoi atteggiamenti, le sue parole… Quanto avranno fatto soffrire Maria e Giuseppe alcune risposte date da Gesù (Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? – Che ho da fare con te, o donna?). Con queste risposte Gesù vuole creare quel distacco che nasce dalla “natura divina”. E in qualche modo quando si sceglie radicalmente la via di Cristo, si entra dentro questa dimensione divina che crea “incomprensione”. Come spiegare la “chiamata” che sento dentro? Come posso dire ai miei genitori che invece di innamorarmi di una ragazza o ragazzo per costruire un progetto di matrimonio e iniziare quell’iter normale di tutti i giovani: conoscersi bene, avere un lavoro sicuro, prepararsi la casa, il corso prematrimoniale, tutti i preparativi… ma che mi sento amato e chiamato da Gesù e che sento l’attrattiva a consacrarmi totalmente a Lui?

Vi posso assicurare che si trema quando bisogna arrivare a questo. E spesso si trovano tutte le strategie possibili. Quando dovevo iniziare il mio anno di noviziato, la notizia a mia madre la diede mia zia monaca. Per non pensare poi alle reazioni dei genitori quando questa notizia gli arriva da figli che fino a quel momento sono stati degli “scapestrati”. Ricordo una volta che a Milano due genitori mi arrivarono allibiti, non potevano credere a quello che gli aveva detto il loro figlio e in quel caso non perché avessero problemi per la scelta di consacrazione che voleva fare, ma perché proprio quel “genere” di figlio voleva fare quella scelta. E mi chiesero solamente che se mi fossi accorto che non c’era la stoffa, di aiutarlo a “cambiare aria!”.

Quando Gesù si comportava in un certo modo con i suoi genitori, non è che volesse ignorare o disprezzare la sua parentela, ma voleva che l’affetto materno non si intromettesse nell’opera divina a cui attendeva e non la impedisse. L’ha ignorata ma per un motivo altissimo. In questo modo il Signore ha anche voluto dare un esempio a tutti coloro che sono impegnati nelle opere di Dio, perché imparino ad ignorare o, se si vuole, a “disprezzare” gli affetti naturali, verso il padre e la madre, per compiere le opere di Dio.
Sopra abbiamo riportato un brano della lettera di Agostino scritta a Leto, un giovane che tentennava nella decisione di consacrarsi al Signore perché sua madre era afflitta e contraria. L’esempio di Gesù sta in questo: nell’averci mostrato come di fronte alle opere di Dio si debba, sì, amare i genitori secondo il precetto, ma amare di più Dio stesso.

E i genitori sono chiamati ad avere proprio questo ruolo, in un certo senso “ingrato”, di insegnare ai figli ad amare il Signore più di essi. Credo che sia l’esperienza d’amore più gratuita che possa fare un genitore: insegnarti ad amare un Altro (anche se è con la A maiuscola), più di loro stessi. Dire a tuo figlio: c’è Qualcuno che ti ama più di me e tu devi amarlo più di quanto ami me. E se questo è un esercizio che un genitori inizia a fare fin dall’inizio della sua esperienza genitoriale, i frutti si vedranno a trecentosessanta gradi e l’amore che riceveranno dai loro figli non sarà minore, ma più grande, perché si sentiranno amati di un amore non solo umano, ma divino. L’amore umano prima o poi finisce, può essere immaturo, egoista… quello divino è infinito, eterno.

E forse una relazione tra genitori e figli, costruita sul divino, può essere una di quelle strategie che può dare una risposta alla richiesta di Gesù: Pregate perché il padrone della messe mandi operai nella sua messe.

ESSERE GENITORI

Dalla Parola di Dio

I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole (Lc 2,41-50).

Serm., 51,10,17

State attenti a come ciò avvenne. Il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell’età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro ma, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trovarono che disputava con gli anziani, avendo egli – come ho detto – solo dodici anni . Ma che c’è da stupirsi? Il Verbo di Dio non tace mai, sebbene la sua voce non sempre si senta. Viene dunque trovato nel tempio, e sua madre gli dice: Perché ci hai fatto una simile cosa? Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo. Ed egli: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? . Egli rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giuseppe, ma di Dio. “Ecco – dice qualcuno – non ammise d’essere figlio di Giuseppe “. Fate un po’ d’attenzione, fratelli, affinché la strettezza del tempo ci basti per il discorso. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il concorso d’uomo, aveva un padre e una madre. In qual modo proviamo quest’asserzione? L’ha già detto Maria: Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo.

Parlare oggi della realtà “genitoriale”, può essere uno dei temi più affascinanti: prima di tutto perché in sé l’esperienza di “essere genitori”, credo che sia una delle emozioni più belle, ma in secondo luogo, purtroppo, è uno degli argomenti su cui urge parlare perché si sta andando un po’ alla deriva. Anche nella nostra realtà italiana diventa un problema sempre più spinoso, e non solo per il proverbiale rapporto conflittuale genitori-figli, ma soprattutto perché la figura del genitore sta perdendo il suo peso, considerato l’incremento del numero delle separazioni, con conseguenza della perdita del ruolo e della crisi di identità. Semplicemente possiamo fare l’esempio che oggi i figli devono fare i conti con i compagni/e dei loro genitori. Possiamo parlare delle violenze che subiscono i bambini quando sono costretti ad accettare una nuova figura genitoriale nella loro casa. Quanti genitori, infatti, rinunciano a portare in casa un’altra persona, proprio per rispetto dei loro figli e non fanno questa scelta finché i figli non riescono ad accettare la nuova persona!

Un tema allora questo che non possiamo sottovalutare e che anche all’interno della pastorale familiare della chiesa, va affrontato con molta serietà e competenza. I parroci sanno bene che è sempre più frequente che nell’esperienza della prima comunione i bambini oltre che ad avere presenti i genitori naturali, devono fare i conti con la compagna o il compagno del papà o della mamma.

Mi chiedo tante volte: come sarà la generazione che non ha avuto una famiglia “regolare”. E tremo pensando a delle realtà, come per esempio quella di Cuba, dove è naturale tutto questo “scambio genitoriale”, e gravi sono le conseguenze a livello sociale e psicologico.

E proprio perché è un ambito molto delicato e fragile, è di fondamentale importanza presentare dei modelli forti e solidi.

Perché non insistere a presentare soprattutto il modello di Maria e Giuseppe come genitori “ideali”. Dobbiamo prima di tutto dire che Giuseppe e Maria sono stati veri genitori di Gesù. Ed è importante ribadire questo perché a volte si può pensare ad una funzione “ideale” di questi genitori, ma sono stati invece realmente e concretamente “genitori”. Perché come si dice nella lettera ai Romani (cap. 4), nel testo che si legge proprio nella liturgia della solennità di San Giuseppe, “eredi si diventa per virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo”. Non è la carne che ti rende genitore, ma il cuore, il desiderio, la volontà, l’amore, il dare la vita per i tuoi figli.

Agostino utilizza il testo di Luca: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», per rispondere a coloro che non riconoscevano l’umanità di Cristo e tanto meno che avesse dei genitori. Quella di Giuseppe é allora una paternità legale e a riconoscerla ci ha aiutato proprio la Vergine Maria, che non solo fa questo, ma si mette al secondo posto rispetto a Giuseppe; infatti non dice: io e tuo padre, ma tuo padre ed io. La Vergine avrebbe avuto tutto il diritto di mettersi al primo posto, considerato che lei sola era la genitrice di Cristo. E in riferimento alla risposta di Cristo: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?», Agostino afferma che con essa Gesù ha voluto affermare la sua origine divina e ha voluto ricordare ai suoi genitori che essi sono genitori non della sua divinità, ma della sua infermità, della sua umanità.

E questa riflessione di Agostino, può aiutarci ad introdurne un’altra, utile per il rapporto genitori-figli. La divinità di Gesù, educherà Giuseppe e Maria a non sentire di proprietà il figlio Gesù, ma a lasciarlo libero per la sua missione. Allo stesso modo, tutti i genitori sono chiamati a sentirsi non proprietari dei propri figli, ma “educatori”, ad aiutarli cioè a tirar fuori il meglio della loro personalità e a scoprire i doni ricevuti da Dio, per poi lanciarli verso il loro futuro. E a proposito possiamo citare l’immagine utilizzata da Gibran, il quale paragona i genitori a degli archi e i figli a delle frecce. L’arco serve solo per lanciare, la traiettoria la dà l’occhio di Dio e i figli sono quelle frecce che si dirigono verso l’obiettivo voluto da Dio. Ma certamente sia l’arco, sia le braccia ferme e forti che tengono l’arco, hanno un ruolo fondamentale per quanto riguarda il futuro dei figli. E tutto questo può avvenire solo in una dimensione di grande libertà. Dio ha lasciato libero l’uomo da sempre; a Maria e a Giuseppe ha richiesto una risposta libera, così anche il suo Figlio Unigenito ha risposto liberamente. E solo quando i figli sono nella possibilità di offrire risposte ”libere”, le loro esperienze e scelte possono aiutarli a crescere e a provare il “gusto” della vita.

Francesco Santi (frsanti@conmet.it) – Università di Cassino e del Lazio Meridionale

Appunti per lezione tenuta a Firenze, nella sala capitolare del convento dello Spirito Santo, Sabato, 28 Aprile alle ore 11.

Leggi tutto: Clausura ed eremo. Chiara da Montefalco, Simone Fidati da Cascia e le nuove forme di vita religiosa (Secolo XIII-XIV).